Cronaca

LA STORIA – Strage via dei Georgofili. 32 anni fa l’Italia viene svegliata dalle bombe

Caterina, la più piccola vittima di mafia a soli 50 giorni con la sorella Nadia (9 anni). E con loro il padre, Fabrizio, la madre Angela. L’intera famiglia Nencioni si trovava a casa la notte del 27 maggio. E fu distrutta, spazzata dalla violenza mafiosa, insieme allo studente universitario Dario Capolicchio (22 anni).
La notte del 27 maggio di 32 anni fa, all’1.04, l’Italia viene svegliata dalle bombe.

Ci troviamo in un’antica via del centro storico di Firenze, via dei Georgofili.
Esplodono 250 chili di tritolo mischiato con T4, Pentrite, Nitroglicerina, Nitroglicole e Dinitrotoluene caricati su un furgoncino Fiorino.
Attenzione a questi due dettagli: la quantità e il tipo di esplosivo utilizzato, ovvero quello tipicamente impiegato da Cosa nostra, il tritolo, insieme a oltre cento chilogrammi ad alto potenziale, prettamente militare.
L’impatto dell’esplosione è terrificante, la devastazione enorme.
“Vogliamo la verità”. È la richiesta dei familiari delle vittime della strage dei Georgofili.
Perché questa richiesta?

Dicevamo tipo di esplosivo e quantità.
Uno dei pentiti di mafia più importanti ed attendibili, Gaspare Spatuzza, dirà con precisione che furono caricati al massimo 145 kg di esplosivo. Ad esplodere furono 250 kg. Oltre 100 in più. L’esplosivo utilizzato dai mafiosi con dell’altro, quello di provenienza militare. Ovvero quel quintale in più.
Chi l’ha messo? Perché? E perché c’era una donna quella notte, insieme ad altri uomini, avvistati da un portiere a cui (all’epoca) fu detto di non parlare?
Sono tanti i punti oscuri della strage. Tantissimi. Io ho tentato di elencarli nel mio libro, Traditori.
Se vorrete sono lì. Uno ad uno.
Oggi potremmo riassumerli nelle parole di Gaspare Spatuzza: «Quei morti non ci appartengono». Cioè non appartengono a cosa nostra. O almeno non solo.
Certamente apparterranno alla nostra coscienza se, dopo oltre trent’anni, faremo finta di nulla, gireremo ancora una volta le spalle alla richiesta di verità.

Tratto dal libro “Traditori” di Paolo Borrometi

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