Cronaca

L’affaire Mattei. Di verità si può anche morire?/11

di Otello Lupacchini*

Ma torniamo ad Alberto Moravia. Questi, racconta Enzo Siciliano , nell’immediatezza del tragico evento, aveva scritto per il Corriere della Sera un articolo « votato per intero a capire le mosse di Pelosi, il corpo e la psicologia, o il senso di quella notte, e i gesti scambiati fra quelle baracche, se con grida o in silenzio »; un articolo che sembrava freddo, ma questo, spiega ancora Enzo Siciliano, era comprensibile: « Moravia aveva perso il suo amico più caro: il fatto era atroce » e, volendo spiegarsi la meccanica degli avvenimenti, « il suo istinto di romanziere si era subito messo in moto » . Sullo sterrato dell’Idroscalo di Ostia, ragionava Moravia, « era avvenuto uno scontro a due: uno scontro che si era trasformato in una colluttazione, in un linciaggio, in un deliberato assassinio. Perché? Era la violenza giovanile tante volte stigmatizzata ad avere in definitiva ucciso Pasolini (lui che aveva scritto di rischiare la vita ogni sera)? O il caso era diverso: un caso affabulato, di torbida e avvelenata rappresaglia dove la politica poteva aver giocato un ruolo per niente imponderabile? »  Pur adombrando l’ipotesi che l’assassinio di Pasolini potesse essere stato un delitto « di gruppo, politico o altro », Moravia era sicuro, tuttavia, che Giuseppe Pelosi avesse agito da solo, che fosse lui l’assassino, il che, spiega ancora Enzo Siciliano, « probabilmente, rendeva meno crudele la perdita dell’amico, più quietamente comprensibile quanto era accaduto nella notte fra l’uno e il due novembre 1975 a Ostia » . Trascorso un anno dal massacro dell’idroscalo, celebrato, frattanto, il processo a Pelosi con la condanna di costui per omicidio volontario, in concorso con ignoti, impugnata la sentenza dal procuratore generale perché venisse escluso l’ipotesi che altri avessero partecipato al massacro,  Alberto Moravia aveva, però, cambiato idea: « Oggi non sono sicuro di ciò di cui ero sicuro un anno fa » . E per giustificare quel radicale cambiamento d’opinione, adduceva una serie di ragioni, fedelmente riportate da Enzo Siciliano: innanzitutto, « Nell’articolo scritto un anno fa io dicevo: se Pelosi ha ucciso Pasolini, ci è riuscito perché gli ha sferrato un colpo decisivo prendendolo alla schiena, colpendolo cioè di sorpresa. Oggi mi sono convinto che le cose non sono andate così. Me ne sono convinto per due ordini di motivi. Anzitutto, il carattere di Pelosi: il carattere che traspare dalle dichiarazioni che ha reso, da quel che ha detto in tribunale e ai giornalisti. Pelosi è un istintuale; ma quel che dice intorno al fatto è improntato a una strana coerenza. Io credo che quella coerenza sia dovuta non alla realtà delle cose da lui vissuta, ma all’istinto di difesa che lo anima. È un istinto di difesa animalesco, di animalesca furbizia. Nel suo racconto tutto vorrebbe quadrare; poi, lo sappiamo, tutto è pieno di falle, di particolari difficilmente sostenibili » ; a questo si aggiungeva il fatto che, « Prima di essere condannato, Pelosi disse che era stato aggredito da un  mostro dagli occhi rossi, armato: un mostro che lo voleva addirittura stuprare. È il peggio che egli potesse dire, dato l’orizzonte intellettuale e morale dove si muove. Pelosi voleva dirci che Pasolini era un mostro di tali proporzioni di fronte al quale ogni difesa è legittima. Voglio aggiungere che, in quegli stessi giorni, il padre di Pelosi, parlava di Pasolini come di un “uomo potente”: un’immagine, diciamo così, in sintonia con quel che diceva il figlio» . E ancora: «Poi è venuta la condanna. Pelosi va a Casal di Marmo, e lì, ad alcuni giornalisti, dice di aver ucciso Pasolini, “un grand’uomo”, che ne legge le opere eccetera eccetera. “Un grand’uomo”: una frase disgraziata. Ha ucciso un poeta, che non è né un piccolo uomo né un grand’uomo. Comunque quel che mi interessa sono i mutamenti di giudizio di Pelosi: prima Pasolini era un mostro, poi era un grand’uomo. Il fatto è che Pasolini, per lui, prima non era un mostro, e poi non era un grand’uomo. In entrambe le dichiarazioni, Pelosi ha fatto ricorso alla retorica, al luogo comune: ha parlato per frasi fatte, non ha detto la verità. Ha detto, piuttosto, tutta la sua insensibilità nei confronti di Pasolini. C’è in quelle parole la profonda astrattezza della convenzione. In questo modo Pelosi si difende: ma proprio all’esame delle parole che egli adopera per difendersi, a me sembra che egli si difenda da qualcosa che non è neanche avvenuto » ; finalmente, concludeva Moravia, « Nella sentenza di condanna ci sono cose che mi hanno colpito. Cose che sapevo e cose che non sapevo. La questione dell’anello di Pelosi: è una questione fondamentale; durante una colluttazione non ci si toglie un anello. Ma poi, la colluttazione c’è stata? Pasolini era un sacco sanguinolento, e Pelosi non aveva addosso niente, neanche la più piccola traccia di sangue. Dunque, la colluttazione fra i due c’è stata? Se c’è infatti una traccia di sangue, questa traccia non appartiene a Pelosi: questo non sapevo. La traccia è l’impronta d’una mano, che non è né di Pasolini né di Pelosi, visibile sul tetto dell’auto di Pasolini sul lato opposto a quello dello sportello di guida. Questo prova che ci doveva essere per lo meno una terza persona, là, quella sera » . Ma non è alla formulazione di queste considerazioni, secondo il racconto di Enzo Siciliano, che si era limitato Alberto Moravia, che aveva infatti proseguito: « […] è verisimile che dei teppisti, dopo aver ucciso un uomo, facciano arrestare uno del gruppo? Ipotizziamo che il delitto rientri nell’area dell’omosessualità. Quale il fine del sicuro arresto di Pelosi? Si sa che gli assassini degli omosessuali non si scoprono mai: la vittima è in qualche modo complice di chi ha ucciso; la vittima nasconde, inconsciamente, il proprio assassino, gli dà quasi via libera… In questo caso è tutto diverso: Pelosi fugge con la macchina di Pasolini, una prova inconfutabile di colpevolezza. Su quella macchina si fa arrestare, va in qualche modo in braccio alla polizia; e, una volta che ci è in braccio, chiede dell’anello, altra prova inconfutabile di colpevolezza… Insomma, cosa voglio dire? Che tutto questo sembra preparato a tavolino, o, se non a tavolino, deciso comunque. Pelosi avrebbe potuto anche salire sulla macchina di Pasolini, ma, una volta sorpreso, avrebbe potuto dire che aveva trovato l’auto abbandonata e ci era montato sopra […] Sarebbe stata una bugia maldestra, ma pur sempre la bugia di uno che fa di tutto per non andare in galera, per nascondere con la scusa di un eventuale furtarello un assassinio. Invece, guarda caso, Pelosi ribadisce, parla dell’anello; e l’anello lo lega subito al delitto […] » . Moravia, peraltro, s’era prospettato egli stesso le obiezioni a cui si esponevano le sue affermazioni:  « A questo tipo di considerazioni, lo so, si obietta col dire che Pelosi è infantile, che confessa tutto per infantilismo: la sua mente non gli consentirebbe strategie più complesse. Ma tale infantilismo è incredibile, proprio per le dichiarazioni apparentemente puntuali, confezionate, che Pelosi fa. In quel che dice c’è più istinto di quel che si crede… Pelosi nasconde, trucca qualcosa. È un trucco la sua fuga in macchina; è un trucco la ricerca dell’anello; è un trucco il suo racconto sulla “mostruosità” di Pasolini. Confrontando fra loro questi “trucchi”, e l’impronta di sangue sulla cappotta dell’auto di Pasolini, viene il sospetto che tutto sia un trucco. Vale a dire, che si voglia truccare con l’omosessualità un delitto d’altra natura » . Ma di quale natura? « Evidentemente politica – si rispondeva Moravia –, di natura implicitamente politica: un delitto di ritorsione. Non dobbiamo dimenticare che Pasolini era un comunista, ma un comunista anomalo, oltre a essere una persona molto in vista. La sua anomalia consisteva nell’omosessualità dichiarata. Per un fascista, comunismo e omosessualità possono trasformarsi in una miscela esplosiva… Ma è chiaro che queste sono induzioni. È chiaro che tutto quel che ho detto mi sembra verisimile, ma non posso provarlo. Può essere plausibile che a uccidere Pasolini sia stato Pelosi; ma allora Pelosi ha voluto ucciderlo ad ogni costo, con colpi ben determinati, con le armi più disparate, fino a prendere la macchina e schiacciarne il corpo non per caso. C’è una gran differenza fra il lasciare un uomo malconcio sul terreno, tanto malconcio che morirà domani ma domani ti può anche denunciare; e lasciare, invece, un cadavere muto, che non ha più niente da dire » .

 

*Giusfilosofo

 

11/Segue

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