di Otello Lupacchini*
Per la corretta comprensione delle ragioni che indussero Aldo Moro a sollecitare Mattei a rinunciare alla presidenza dell’Eni, occorre ricordare che, in quel momento, la Democrazia cristiana esprimeva sia il presidente del Consiglio sia il capo dello Stato, carica a cui era stato eletto Antonio Segni, col quale Enrico Mattei si trovava in posizione di forte conflitto: il presidente dell’Eni s’era mosso, sia pur dietro le quinte, per favorire la rielezione di Gronchi, promotore della politica neo-atlantica e suo protettore. Di qui, ragionevolmente, la ritenuta opportunità di interrompere l’esperienza di Mattei alla presidenza dell’Eni, valutazione sulla quale incisero causalmente anche i pesanti attacchi riservatigli dal «Corriere della Sera», le lettere riservate e libelli accusatori, contro i poteri economici fuori controllo.
Una qualche incidenza causale potrebbero averla avuta anche le considerazioni del Secret Service britannico, che definiscono Mattei «una escrescenza da rimuovere». Ma non vi sono elementi che inducano a tale conclusione, «al di là di ogni ragionevole dubbio».
Allo scopo di una completa definizione degli scenari che consentano una nitida lettura della tragedia di Bascapè, riveste particolare interesse quanto narrato da Graziano Verzotto, il cui nome è stato accostato sia alla morte di Enrico Mattei sia al sequestro del giornalista Mauro De Mauro, il giornalista che, agli inizi del 1970, appena alcuni mesi prima che il regista napoletano Francesco Rosi gli affidasse l’incarico di ricostruire gli ultimi due giorni di vita del presidente dell’Eni nell’isola, lo stesso Verzotto avrebbe coinvolto in una campagna di stampa ricattatoria nei confronti di Eugenio Cefis e del suo protettore politico Amintore Fanfani.
Dopo aver partecipato ventenne alla Resistenza, inquadrato dapprima in una formazione garibaldina e poi in una bianca, passando attraverso un accordo politicamente impegnativo con i fascisti e i tedeschi di Padova, avendo capeggiato l’insurrezione a S. Giustina in Colle, Graziano Verzotto era stato considerato dai suoi compaesani corresponsabile dell’eccidio nazifascista del 27 aprile 1945, con la conseguenza che gli era stato precluso ogni spazio politico in provincia di Padova. Vistosi, dunque, odiato dalla popolazione, era stato giocoforza che, nel 1947, il nostro si allontanasse dal paese di nascita, accettando un incarico di organizzatore politico in Sicilia per conto della Democrazia cristiana, carica conservata sino al 1975. Naturale, allora, che la sua storia s’intrecciasse con un trentennio di cronaca siciliana.
Assunto nel 1950 all’Agip proseguì la sua carriera all’Eni, di cui divenne dirigente nel 1955; promosse, con personaggi controversi quali Vito Guarrasi e Domenico La Cavera, la nascita della Sofis, società economica della Regione Siciliana, primo esempio di società pubblica regionale; nominato, nel 1967, presidente dell’Ente minerario siciliano (Ems), nel 1968 fu eletto al Senato della Repubblica, nel collegio di Noto in provincia di Siracusa, da cui si dimise, però, l’anno successivo, per conservare la presidenza dell’Ems, al cui vertice restò sino al 27 gennaio 1975, quando fu costretto alle dimissioni, essendo venuto ad emersione il suo coinvolgimento nella percezione in nero, scoperta dall’avvocato Giorgio Ambrosoli, di interessi sui fondi depositati dall’Ente in una banca già di proprietà di Michele Sindona.
La conoscenza fra Mattei e Verzotto era avvenuta sulle montagne della Resistenza: il primo comandante dei partigiani cattolici in Lombardia, il secondo leaderdella stessa formazione dell’alto padovano. Insieme avrebbero successivamente fondato l’associazione dei partigiani cristiani, per sottrarsi all’egemonia comunista del Comitato nazionale di liberazione. Il sodalizio si sarebbe spezzato solo con la morte di Mattei. Le sinistre schegge del Saulnier 706, partito dall’aeroporto di Catania ed esploso nel cielo di Bascapè, avrebbero, però, scalfito anche Graziano Verzotto, sebbene egli abbia sempre negato ogni coinvolgimento in quel «complotto tutto italiano», per dirla con Francesco La Licata e Guido Ruotolo (Mattei un delitto italiano, «La Stampa», 20 gennaio 2001), riletto da Vincenzo Calia come delitto di Stato. Posizione ribadita anche nelle sue memorie ((Dal Veneto alla Sicilia: il sogno infranto: il metanodotto Algeria-Sicilia: le memorie di Graziano Verzotto / [intervista e ricostruzione dei fatti di Guerrino Citton, La Garangola, Padova 2008), là dove ha respinto anche ogni accostamento al suo nome dei retroscena siciliani, terminale degli intrighi internazionali sporchi di petrolio.
Sulla fine di Enrico Mattei, Graziano Verzotto, in un’intervista per il quotidiano «La Sicilia» del 10 febbraio 2003, ebbe a dichiarare al giornalista Tony Zermo: «Ogni volta che mi fanno questa domanda vorrei astenermi. In un primo momento fui convinto, come tutti gli italiani, che si trattava di sabotaggio, poi la commissione governativa di indagine disse che si trattava di una disgrazia e anche la Procura di Pavia che ha riaperto le indagini non mi pare che abbia trovato molto. La verità è che avere le prove di un sabotaggio non è che sia tanto facile». Secondo il suo ragionamento, se all’origine del sabotaggio ci fosse stato un motivo da parte delle cosiddette «Sette sorelle» per far fuori Mattei, questo era da ricercare nel fatto ch’egli sarebbe stato «colpevole» di offrire ai paesi produttori il 50 per cento dei guadagni, invece che il 25 per cento offerto dalla concorrenza, ma alla fine, una volta che era stato raggiunto l’ accordo tra il cartello internazionale e l’Eni, allora il movente sarebbe venuto a mancare. Tra le righe, comunque, Graziano Verzotto ha sempre invitato a guardare il cui prodest, lasciando intendere che più di ogni altro a giovarsi dell’esplosione dell’aereo in volo, era stato il nemico di sempre della vittima, cioè Eugenio Cefis. A suo dire, tuttavia, le rivelazioni di Tommaso Buscetta, che cioè la bomba sull’ aereo sarebbe stata piazzata dal boss riesino Giuseppe Di Cristina, di cui il presidente dell’ Ems era stato testimone di nozze, nel 1960, assieme al catanese Giuseppe Calderone; ovvero, che avesse declinato l’invito di Mattei che lo voleva compagno di volo, erano mere chiacchiere, nulla più che malevole insinuazioni nei suoi confronti, sfortunatamente considerato uno iettatore, uno che avrebbe dato una sorta di bacio della morte a tanti protagonisti e comprimari, che in un modo o nell’altro ebbero a che fare con lui: da Mattei, il cui aereo si era schiantato, in fase d’atterraggio a Bascapè, a Di Cristina, falciato dal piombo dei Corleonesi alla rotonda di via Leonardo da Vinci a Palermo; da De Mauro, scomparso tre giorni dopo avergli chiesto consigli su come muoversi per ricostruire gli ultimi giorni di Mattei in Sicilia per il film che poi avrebbe girato Francesco Rosi, a Sindona, avvelenato in carcere dopo la bancarotta che aveva coinvolto perfino il Vaticano. Sfortuna o casualità? Chissà?
In ogni caso, Graziano Verzotto, il quale nella ricordata intervista di Tony Zermo del 2003 sembrava fosse più propenso alla tesi dell’incidente, nelle sue memorie, raccolte da Guerrino Citton, sei anni dopo, sembra sposare, sia pure con cautela, la frase pronunciata da Amintore Fanfani nel 1986, al congresso dei partigiani cattolici di Salsomaggiore, secondo cui l’abbattimento dell’aereo sarebbe stato «il primo gesto terroristico nel nostro paese». Secondo Verzotto, «Probabilmente Fanfani aveva ragione, ma se atto terroristico fu, sono convinto che esso non sia stato opera di agenti stranieri, ma di operatori italiani»; e questo perché «Mattei aveva tanti nemici anche in Italia, in primistutti quelli che si erano opposti in ogni modo all’istituzione dell’Eni e che consideravano il nostro personaggio un ostacolo all’affermazione dei loro interessi». Ma, questa la sua conclusione: «La matassa è davvero ingarbugliata e, mi sembra, ancora ferma al livello di ipotesi, ciascuna non suffragata da prove tali da escludere e da fugare ogni dubbio».
*Giusfilosofo
8/Segue
