Norme fiscali

 L’alluvione delle cartelle esattoriali: se il Fisco si trasforma in una centrifuga impazzita

 di Gianfranco Piazzolla (*)

 

Un Paese di evasori totali o un sistema normativo al collasso? Il problema del fisco sono i contribuenti o il problema dei contribuenti è il fisco?  I dati emersi nelle ultime settimane sul fronte della riscossione costringono a una riflessione profonda, che va oltre la semplice cronaca economica. Nel corso del 2026, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha recapitato e recapiterà di qui a dicembre  circa 30 milioni di cartelle esattoriali. Un numero che, isolato, dice poco, ma che diventa impressionante se rapportato alla platea complessiva dei contribuenti attivi in Italia, stimata intorno ai 43 milioni.In termini puramente statistici, significa che due terzi dei contribuenti italiani hanno ricevuto un atto di riscossione. Una percentuale bulgara che fotografa una realtà paradossale: in Italia il rapporto conflittuale con il fisco non è più un’eccezione che riguarda una minoranza di furbi, ma una condizione di massa che tocca la maggioranza assoluta di cittadini, famiglie e imprese.

Davanti a una simile alluvione di notifiche, la narrazione di un Fisco efficiente che “insegue i grandi evasori” si scontra con la dura realtà dei fatti. Quando le cartelle colpiscono due terzi della popolazione attiva, è evidente che l’azione di riscossione non si sta concentrando sui grandi patrimoni e sul travaso di valuta all’estero da parte di società capitanate da stranieri, ma sta rastrellando capillarmente il tessuto della piccola e media impresa, dei lavoratori dipendenti e dei professionisti, anche con una certa invasività negli accessi in presenza.

Il vero nodo del problema risiede in un quadro normativo ipertrofico, instabile e stratificato. Il sistema fiscale italiano è regolato da migliaia di leggi, decreti ministeriali, circolari applicative e scadenze che cambiano con una frequenza disarmante. Quella che dovrebbe essere un’equa contribuzione alle spese pubbliche, basata sulla capacità contributiva come sancito dall’articolo 53 della Costituzione, si è trasformata in un labirinto burocratico che continua ancor di più oggi, nonostante le tante bugie elettorali  bipartisan di questi ultimi 25 anni.

In questo scenario, l’errore in buona fede è quasi inevitabile. Spesso il contribuente non evade per dolo, ma perché vittima sia di trappole burocratiche studiate a tavolino che  di interpretazioni contrastanti della stessa norma o di scadenze sovrapposte. Eppure, la macchina sanzionatoria scatta in modo automatico, equiparando l’errore formale del piccolo artigiano alla frode pianificata della multinazionale.

Un sistema che produce 30 milioni di atti di riscossione in un solo anno dichiara implicitamente il proprio fallimento preventivo. Significa che la fase di “adempimento spontaneo” – quella in cui il cittadino calcola e paga il dovuto in autonomia – non funziona, perché le regole sono troppo complesse o perché il carico fiscale è percepito come insostenibile.

Le conseguenze economiche e psicologiche di questa pressione sono evidenti. Da un lato, le imprese dedicano risorse immense (in tempo e costi di consulenza) solo per difendersi dai contenziosi o per decifrare le richieste dello Stato. Dall’altro, si incrina definitivamente il patto di fiducia tra cittadino e istituzioni. Quando lo Stato viene percepito non come un erogatore di servizi in cambio di tasse giuste, ma come un esattore implacabile guidato da automatismi algoritmici, l’evasione rischia di essere giustificata socialmente come una forma di legittima difesa.

I numeri del 2026 non possono essere archiviati come una semplice anomalia statistica. Sono il sintomo macroscopico di una patologia del sistema. Senza una vera semplificazione normativa, capace di ridurre i balzelli e rendere le regole comprensibili a tutti, e senza una reale progressività che tuteli chi produce ricchezza sul territorio, la riforma del Fisco rimarrà un miraggio. E le cartelle continueranno ad aumentare, allontanando sempre di più l’Italia dall’obiettivo di una giustizia fiscale degna di un Paese civile e spingendo molti imprenditori verso l’illegalità e il nero, istigato proprio da queto metodo di gestire il fisco.

 

(*) Presidente Confimprese Viterbo

Giunta esecutiva regionale Confimprese Italia

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