di Balthazar
La caduta del regime ba’athista ha apparentemente spalancato a Israele le porte della Siria meridionale. Approfittando del nuovo contesto politico, Tel Aviv ha stabilito quattro zone d’influenza e avamposti avanzati – dal Monte Hermon alla provincia di Daraa – che le consentono di stazionare truppe ed effettuare incursioni regolari.
Lo Stato Maggiore israeliano ipotizza persino un’ulteriore spinta in profondità verso Suwayda, Damasco e la regione orientale di Deir ez-Zor per realizzare il cosiddetto “Corridoio di Davide”. Tuttavia, un’occupazione di terra su vasta scala è frenata solo dai complessi equilibri diplomatici che legano gli Stati Uniti di Trump alla nuova leadership siriana di al-Sharaa.
Nonostante la forte presenza militare e l’uso intensivo della sorveglianza aerea, Israele non è riuscito a risolvere il suo problema strategico principale. Le province del sud continuano infatti a fungere da snodo fondamentale per il passaggio d’armi verso il Libano e Hezbollah.
Dopo il crollo di Assad, le Guardie della Rivoluzione Iraniana si sono rapidamente riorganizzate sfruttando la fase di transizione per creare nuove rotte logistiche attraverso Daraa. Per mantenere vivi i collegamenti tra Iran, Iraq e Libano, Teheran ha stretto alleanze con ex ufficiali siriani “riabilitati” dal nuovo governo e con gruppi partner sul campo, come il movimento libanese Al-Jamaa al-Islamiya.
In risposta Tel Aviv ha intensificato la tattica dei raid aerei e degli attacchi mirati. L’emblematico bombardamento condotto da un drone a Beit Jinn contro un ex ufficiale della 4ª Divisione siriana rappresenta il primo assassinio di questo tipo nell’era post-Assad. L’episodio dimostra come l’intelligence israeliana stia monitorando da vicino i quadri militari riabilitati, considerati la chiave della rete logistica dell’Asse della Resistenza, per tentare di interromperne i flussi.
La Siria meridionale si è così trasformata nell’epicentro di una spaccatura geopolitica che vede contrapposti da un lato Israele ed Emirati Arabi Uniti e dall’altro Iran e Turchia. In assenza di un accordo di sicurezza favorevole a Tel Aviv con la nuova amministrazione siriana, la regione sembra destinata a una progressiva ed inevitabile escalation militare.
Nella foto il Presidente siriano deposto Assad
