Esteri

L’America di Trump emargina l’India dall’Asia meridionale  

 

di Giuliano Longo (*)

Il mese scorso, l’esercito degli Stati Uniti ha ribattezzato il suo Comando Indo-Pacifico semplicemente Comando del Pacifico. Il Pentagono ha affermato che era solo un ritorno al suo vecchio nome mentre la giurisdizione rimaneva la stessa. Ma la Geopolitica insegna che i nomi non sono solo nomi.

L’”Indo” è stato aggiunto nel 2018 sotto la prima amministrazione Trump come un incitamento New Delhi, indicando che la Cina era la sfida principale nel mondo bipolare e quindi l’India rappresentava l’indispensabile contrappeso democratico, con gli oceani indiano e Pacifico teatro strategico senza soluzione di continuità.

Ma la mossa è ancora più significativa per tutta l’Asia meridionale. Washington sta tranquillamente dichiarando la fine di un’era in cui l’India era il presunto subappaltatore dell’America per la regione. .

Per anni il  Pakistan era un mal di testa afgano per Washington. Il Bangladesh  una fabbrica di abbigliamento e un progetto di sviluppo, il Nepal il muro himalayano controllato da New Delhi. I vicini più piccoli erano sovrani, in teoria,  ma trattati come inquilini del condominio geopolitico indiano..

Ora e merge un nuovo orientamento di Washington che è quello di coinvolgere direttamente il Pakistan, il Bangladesh e il Nepal – non come ripensamenti della politica regionale dell’India –  ma come attori con la propria agenda politica,  beni e interessi.

Alcuni strateghi indiani hanno sostenuto che questo graduale disaccoppiamento rende l’America anche un rivale regionale perchè  l’India non è più solo come un partner strategico, ma un concorrente commerciale i cui progressi nella farmaceutica, l’ informatica, la produzione elettronica e di semiconduttori, potrebbero un giorno sfidare le aziende statunitensi.

Washington sembra così  determinata a impedire a qualsiasi singola potenza – compresa l’India – di dominare l’Asia meridionale, e sta promuovendo un equilibrio regionale pluralistico, dove l’India non è più il caposaldo.

Gli Stati Uniti stanno sostenendo la Transizione democratica in Bangladesh nonostante le preoccupazioni di New Delhi di perdere un regime di clienti e  stanno impegnando  direttamente il Nepal a intraprendere azioni in Myanmar che il governo indiano vede come una minaccia alla  sua sicurezza nord-orientale.

Per decenni, la relazione tra Stati Uniti e Pakistan è rimasta intrappolata quasi esclusivamente sull’antiterrorismo, ma Islamabad ora ha acquistato maggior peso presso gli USA  con la sua “affascinate” offensiva diplomatica.

Il feldmaresciallo Asim Munir sta posizionando il Pakistan come un collegamento strategico tra la capitale del Golfo, la tecnologia americana e le economie del Pacifico in cerca di minerali critici del valore di miliardi di dollari, tanto che qualcuno pensa che potrebbe diventare l’improbabile alternativa alla Cina.

Il Bangladesh, con 170 milioni abitanti, rappresenta  un trespolo strategico sul Golfo del Bengala, con una potenza manifatturiera vicino a rotte marittime vitali quali il nord-est dell’India e un Myanmar dilaniato dalla guerra civile, Oggi un Bangladesh più sicuro può perseguire gli investimenti statunitensi, gli accordi energetici e le partnership tecnologiche, continuando ad acquistare attrezzature cinesi e commerciando con l’India.

Questo non significa che all’India sia stata mostrata la porta, ma ha  solo chiesto di condividere la pista da ballo. L’Asia meridionale si sta così  trasformando in un bazar : il Pakistan scambia minerali per garanzie di sicurezza anche mentre corteggia Pechino; il Bangladesh prende impegni con gli Stati Uniti e costringe l’India a conquistare clienti con offerte competitive invece di veti politici regionali. Ulteriore riprova che nel mondo di oggi, gli assetti duraturi vengono sostituiti da  più relazioni in una volta, nell’esclusivo interesse deli USA che gioca su questa scacchiera affollata.

(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali

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