Esteri

Romania al voto, l’Europa è nuda, ma ancora non lo sa

 di Riccardo Bizzarri (*) 

La Romania si prepara al ballottaggio del 18 maggio con due candidati simbolo del cortocircuito europeo: da una parte George Simion, ultranazionalista, trumpista, con l’inno cantato a squarciagola e il cellulare infettato da TikTok. Dall’altra Nicușor Dan, il sindaco filoeuropeo, sobrio come un verbale della BCE e tecnocratico quanto basta da sembrare generato da ChatGPT in modalità “Commissione”.

E intanto, l’Unione Europea guarda. Silenziosa. Confusa. Forse anche un po’ spaventata. Come scriveva Dostoevskij: “Cominciate con l’abolire la libertà, e il popolo vi ringrazierà; continuate a negarla e si ribellerà.”

Il primo turno ha visto Simion sopra il 40% e Dan sotto il 21%. Un distacco netto, uno schiaffo alla narrativa ufficiale secondo cui l’Europa unita è l’unico futuro possibile. Il problema? Sempre più europei pensano che il futuro sia finito nel 2007, insieme al Nokia e alla speranza.

Il caos istituzionale romeno, elezioni annullate, ingerenze russe su TikTok, decisioni della Corte costituzionale prese a 48 ore dal voto, sembra la trama di una serie Netflix intitolata “Bruxelles non approva”. La verità è che ogni volta che un popolo europeo vota in modo “sbagliato”, scatta l’allarme democratico. Ma come diceva Chesterton: “Il progresso è un’eterna scusa per cambiare le cose senza mai migliorarle.”

E mentre l’Unione si perde tra tavoli, vertici, PNRR e report di impatto, l’elettore medio si chiede: “Ma a me, chi mi ascolta?”. Spoiler: nessuno. A Bruxelles, l’unico rumore che si sente è quello delle stampanti laser che producono raccomandazioni.

George Simion, piaccia o no, non è un errore di sistema: è il risultato del sistema. È il figlio legittimo della distanza tra chi comanda e chi subisce. Come scrisse Carl Schmitt, filosofo controverso ma lucidissimo: “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione.” E oggi, il popolo europeo è in uno stato d’eccezione permanente: senza potere, senza voce, ma pieno di bollette e regole.

Nicușor Dan, invece, è l’avatar perfetto del sogno europeo educato: crede nell’Unione, nella scienza, nella competenza. Il problema? Non emoziona più nessuno. È come un’app utile che però dimentichi di aggiornare. Funziona, ma ti annoia.

Intanto i tecnocrati continuano a parlare tra loro. Come in un romanzo di Kafka, dove il cittadino chiede risposte ma riceve solo protocolli. Lo aveva già previsto il buon Tocqueville: “Il dispotismo democratico non spezza le volontà, ma le rammollisce.” E oggi l’Europa non spezza più niente, ma ha trasformato il dissenso in spam.

E poi c’è il sospetto, sempre più condiviso anche fuori dai bar dei complottisti: che le élite europee non siano interessate a cosa voti, ma solo che tu voti bene. Altrimenti, ci pensano i fact-checker. E se non bastano, la Corte Costituzionale. E se non basta nemmeno quella… ehi, c’è sempre una nuova regola da tirare fuori da un cassetto.

Serve un nuovo inizio. Un reset. Una riscrittura. Come diceva Simone Weil: “Chi non è disposto a morire per la verità, è già morto nella menzogna.” E l’Europa, se non trova il coraggio di ascoltare chi la contesta, rischia di diventare un monumento al proprio fallimento.

Perché la verità è nuda, e oggi più che mai… l’Europa è senza vestiti.

(*) Giornalista

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