Economia e Lavoro

Lavoro: stipendi crescono meno che inflazione, 3,9 milioni in attesa del rinnovo

I prezzi aumentano, gli stipendi meno: dopo dieci trimestri consecutivi in cui la crescita delle retribuzioni è stata superiore a quella dell’inflazione, nel secondo trimestre 2026 si registra un’inversione di tendenza, certifica l’Istat, secondo cui le retribuzioni contrattuali nel settore privato sono cresciute in media del 2,3% su base annua, in lieve rallentamento rispetto ai primi tre mesi dell’anno. Più favorevole l’andamento nella Pubblica Amministrazione (+2,7%), per effetto dei recenti rinnovi contrattuali.

A fine giugno risultano ancora scaduti 25 contratti collettivi che coinvolgono circa 3,9 milioni di lavoratori. Di questi, 1,1 milioni appartengono al settore privato e 2,8 milioni alla pubblica amministrazione. Ma nel complesso, accelerano i tempi per i rinnovi: l’attesa media per i dipendenti con contratto scaduto si è ridotta da 24,9 a 17,9 mesi nell’arco di un anno, grazie soprattutto alla forte accelerazione registrata nel pubblico impiego: in lieve crescita per il settore privato (da 15,6 a 17,7 mesi) e in decisa riduzione per la pubblica amministrazione (da 34,4 a 18 mesi).

Su questi numeri si avvita il confronto politico. Le opposizioni rilanciano la richiesta del salario minimo e di meccanismi di adeguamento automatico degli stipendi al costo della vita, una sorta di riedizione della ‘scala mobile’, proposta da Avs con un disegno di legge lo scorso anno. Dall’altra parte, la maggioranza evidenzia un’inversione di tendenza. Il governo, dice il presidente della commissione Lavoro della Camera, Walter Rizzetto (FdI), ha impresso “una forte accelerazione ai rinnovi contrattuali dopo anni di immobilismo. Nel pubblico impiego, ad esempio, in quattro anni sono stati sottoscritti venti rinnovi in sede Aran, mentre le intese complessive hanno raggiunto quota 48 e i tempi medi si sono ridotti da venti a sei mesi”. Ma per il presidente dell’Unione nazionale consumatori, Massimiliano Dona, è “finita l’illusione ottica di un rialzo delle retribuzioni sopra il livello dell’inflazione”, ora “si torna alla dura realtà e al fatto che gli stipendi non sono mai stati adeguati al costo della vita, né durante il Governo Meloni né prima. È dal 1992 che c’è questo problema, irrisolto”.

Se le retribuzioni vanno a rilento, l’Istat registra invece un recupero del fatturato dell’industria, cresciuto a maggio dello 0,6% rispetto ad aprile in valore e dello 0,3% in volume. Su base annua l’aumento raggiunge il 5,3% in valore e l’1,5% in volume, sostenuto soprattutto dalla domanda estera, che registra un incremento del 6,6% in valore. Un risultato che, secondo il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, conferma la “resilienza” del sistema industriale italiano, nonostante la guerra del Golfo: “Sappiamo che operiamo in un contesto estremamente complesso, con sviluppi difficilmente prevedibili. Per questo – sottolinea – dobbiamo proseguire lungo il percorso intrapreso con responsabilità, cautela e tempestività”.

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