Politica

Le leggi elettorali e le leggi… della politica

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni nell’aula del Senato durante le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre, Roma, Martedì, 15 Ottobre 2024 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Prime Minister Giorgia Meloni during the report to the Senate ahead of the European Council summit on 17 and 18 October, Rome, Tuesday, October 15, 2024 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

 

di Michele Rutigliano

In Italia abbiamo una curiosa abitudine: quando non sappiamo come vincere la partita, cambiamo le regole del gioco. Da settant’anni la politica italiana coltiva una singolare fiducia nell’ingegneria elettorale. Ogni stagione politica sembra convinta di aver finalmente trovato il meccanismo capace di trasformare voti in potere, potere in stabilità e stabilità, magari, in lunga permanenza al Governo. Peccato che gli elettori non siano mai stati consultati sul progetto. La storia della Repubblica è infatti costellata di leggi elettorali nate con l’ambizione di mettere ordine nella politica e finite, prima o poi, a fare i conti con una realtà molto meno ordinata: quella del consenso, delle coalizioni, dei partiti che cambiano, degli elettori che cambiano idea. La domanda, allora, non è soltanto quale sia la legge elettorale migliore. È molto più semplice e, forse, molto più scomoda la nostra domanda: davvero pensiamo che basti cambiare il modo di contare i voti per cambiare la politica? Attenti alla risposta, perché la storia italiana suggerirebbe una certa prudenza

Dal 1953 ad oggi: quando la matematica non basta 

Il primo grande esperimento risale al 1953. Alcide De Gasperi e la Democrazia cristiana tentarono di rafforzare la stabilità parlamentare introducendo un premio di maggioranza: alla coalizione che avesse superato il 50 per cento dei voti sarebbe stata assegnata una larga maggioranza dei seggi. La famosa «legge truffa», come la definirono le opposizioni. Ma alle urne la soglia non fu raggiunta. La coalizione centrista si fermò appena sotto il 50 per cento e il premio non scattò. De Gasperi non riuscì a ottenere la fiducia e la legge, applicata una sola volta, venne abrogata l’anno successivo. La storia avrebbe poi conosciuto il Mattarellum, il Porcellum, l’Italicum e il Rosatellum. Sistemi diversi, concepiti con obiettivi diversi, ma accomunati da una stessa speranza: trovare nella legge elettorale una parte della soluzione ai problemi della politica. Oggi ci risiamo. La nuova riforma, voluta soprattutto da Giorgia Meloni, prevede un sistema prevalentemente proporzionale e un premio di governabilità per chi raggiunga almeno il 42 per cento dei voti e prevalga in entrambe le Camere. Una formula che può certamente favorire la governabilità. Ma qui sta il punto: favorire la governabilità non significa garantire il buon governo.

Il grande equivoco del premio di maggioranza

Un premio può trasformare i voti in seggi. Non può trasformare automaticamente i seggi in consenso. Può facilitare la nascita di una maggioranza parlamentare. Non può costruire una maggioranza nel Paese. Può rendere più semplice formare un Governo. Non può stabilire quanto quel Governo sarà capace di affrontare la sanità, il lavoro, la demografia, il debito pubblico, il Mezzogiorno, l’Europa o le crisi internazionali. E soprattutto non può prevedere come cambieranno gli elettori. È questo il grande equivoco italiano: pensare che una fotografia dei rapporti di forza di oggi possa diventare, attraverso una legge, la garanzia politica del domani. Ma la politica non sta mai ferma abbastanza per farsi fotografare. Lo abbiamo visto più volte. Anche una maggioranza parlamentare apparentemente solida può trovarsi in difficoltà davanti a un voto. Il 14 luglio, alla Camera, l’emendamento sulle preferenze è stato respinto per un solo voto: 188 contrari contro 187 favorevoli. Ed è bastato quel voto per far riemergere la vecchia caccia ai «franchi tiratori». La domanda allora è questa: se una maggioranza può inciampare oggi su un voto parlamentare, come può essere sicura che una legge elettorale le garantisca domani il risultato che spera di ottenere? La risposta è nella storia: le leggi possono organizzare il potere, ma non possono sostituire la politica.

All’opposizione Leoni; al Governo…. la giungla

E qui arriva il secondo paradosso. All’opposizione è relativamente facile essere leoni. Si denunciano gli errori degli altri, si indicano responsabilità, si promettono soluzioni e si costruisce una narrazione alternativa. Poi si arriva al Governo. E improvvisamente entrano nella stanza i conti pubblici, la sanità, il lavoro, le pensioni, l’immigrazione, la natalità, il Mezzogiorno, l’Europa, le guerre e la politica internazionale. Arriva, insomma, la realtà. E la realtà non si governa con un premio di maggioranza. Ecco allora il ragionamento da fare: la questione non dovrebbe essere soltanto quale legge elettorale sia più conveniente per chi oggi governa o per chi domani spera di governare. La domanda più seria è un’altra: quale politica vogliamo costruire dopo le elezioni? Perché il rischio è sempre quello di confondere la vittoria elettorale con la capacità di governare. Ne sa qualcosa l’attuale maggioranza di Governo. Ma potrebbe succedere, anzi succederà senz’altro, al Campo largo se dovesse vincere le prossime elezioni.  Una legge elettorale, infatti, può distribuire seggi, ma non può distribuire autorevolezza. Può assegnare un premio, ma non può garantire un risultato che ancora non c’è. Può senz’altro aiutare una maggioranza a nascere, ma non può impedirle di perdere consenso. E allora, forse, dopo decenni trascorsi a cercare la legge elettorale perfetta, sarebbe arrivato il momento di cercare una politica capace di funzionare anche senza una legge perfetta. Perché alla fine le leggi elettorali stabiliscono come si entra in Parlamento. Le leggi della politica, molto meno modificabili con un emendamento, stabiliscono invece come si conquista, si conserva e soprattutto si merita il consenso. E questa è una legge che nessun Parlamento, per quanto ingegnoso esso sia, avrà mai la possibilità di poterla scrivere.

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