di Viola Scipioni
Nella politica contemporanea, la comunicazione non è più semplice trasmissione di messaggi, ma costruzione di narrazioni capaci di catturare l’attenzione in un ambiente saturo di contenuti. La destra moderna, in particolare, ha scelto di abitare questo spazio con uno stile che mescola provocazione, intrattenimento e caos, ribaltando i codici della comunicazione istituzionale.
Donald Trump è il caso più evidente. Fin dal suo primo mandato, il tycoon ha trasformato i social media in strumenti di disintermediazione radicale, bypassando i tradizionali canali di informazione e facendo leva su messaggi immediati, immagini forti, contenuti virali. Una strategia che si traduce in infotainment: la politica diventa spettacolo, i confini tra informazione, intrattenimento e propaganda si sfumano. L’uso di TikTok da parte della Casa Bianca, con un linguaggio fatto di meme, trend e video brevi, conferma la volontà di intercettare segmenti di pubblico nuovi, soprattutto i più giovani, anche a costo di sacrificare la mediazione istituzionale.
La logica è chiara: polarizzare, semplificare, mobilitare. Non si tratta di rafforzare la coesione sociale, ma di consolidare la base elettorale. Le immagini dei migranti in catene, i video distopici generati con l’intelligenza artificiale, i meme ironici e i toni aggressivi funzionano come detonatori emotivi: scuotono, dividono, costringono a reagire. È un modello comunicativo ad alto rendimento immediato, ma che rischia, nel medio periodo, di ridurre la capacità di costruire consenso trasversale.
Un registro diverso, ma ugualmente emblematico, è quello di Giorgia Meloni. Le sue espressioni facciali, che vanno dagli occhi al cielo durante i vertici internazionali fino ai ghigni rivolti ai giornalisti, hanno guadagnato risonanza globale, trasformandosi in contenuti virali sui media e sui social. Episodi che in Italia sono stati spesso trattati come folclore politico, all’estero hanno assunto un significato diverso: la smorfia diventa segno di insofferenza, il gesto spontaneo diventa codice comunicativo. In un’epoca in cui ogni frame viene isolato, condiviso e reinterpretato, anche un eye roll può essere interpretato come dichiarazione politica.
La destra contemporanea sembra aver compreso meglio di altri che la politica si gioca oggi anche su questi terreni simbolici. Trump e Meloni, con stili diversi, usano il corpo, le immagini e il linguaggio digitale per comunicare autorità, vicinanza o disprezzo, bypassando l’elaborazione razionale e agendo direttamente sull’emotività. È la grammatica di una comunicazione che funziona come spettacolo, alimentata dagli algoritmi dei social, in cui il confine tra politica e intrattenimento si dissolve.
Il rischio, però, è che la forza dirompente di questo linguaggio produca effetti collaterali: radicalizzazione, sfiducia verso le istituzioni, incapacità di costruire compromessi. La prova del fuoco arriverà con le elezioni americane di mid term e con le sfide che attendono l’Europa. Solo allora si capirà se la spettacolarizzazione della politica sarà stata una scommessa vincente o l’anticamera di una deriva pericolosa.
