di Fulvio Barion
Nel memoir Il tiro al piccione, il giudice delle grandi inchieste analizza la deriva correntizia del sistema giudiziario italiano e rivendica il valore dell’indipendenza.
Sono inciampato su di una scheda che parlava di questo signore, mi ha incuriosito e ho cercato di riportare in maniera più asettica possibile quello che ho percepito .
L’AUTORE Guido Salvini, magistrato dal 1980 presso i Tribunali di Milano e Cremona, è una delle figure più autorevoli della magistratura italiana. Ha legato il suo nome a inchieste che hanno segnato la storia del Paese: dalla riapertura del caso sulla strage di Piazza Fontana alle indagini sull’eversione nera e rossa, fino al complesso dossier sul calcio scommesse. Figlio e nipote di magistrati, ha sempre mantenuto una posizione di netta estraneità rispetto alle correnti associative.
Nel suo saggio, “Il tiro al piccione. Una storia del Palazzo di Giustizia” (Edizioni Pendragon), Guido Salvini traccia il bilancio di quarant’anni di carriera. Non si tratta di una cronaca celebrativa, ma di una riflessione critica sul “potere giudiziario” visto dall’interno, dove il magistrato e l’uomo si fondono in un’unica voce fuori dal coro.
Il sistema delle correnti
Il cuore dell’analisi di Salvini è la denuncia del “correntismo”. L’autore descrive una magistratura trasformata da consesso di ideali a sistema oligarchico, dove l’appartenenza alle correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) peserebbe più del merito professionale. Secondo il magistrato, questa dinamica inquina l’indipendenza del giudice, rendendolo vulnerabile a logiche di spartizione che influenzano le nomine e la gestione del potere all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).
“L’indipendenza non è un privilegio di casta, ma una forma di solitudine necessaria per garantire il cittadino.”
L’indipendenza come isolamento
Il titolo, Il tiro al piccione, sintetizza la condizione del magistrato indipendente: chi sceglie di non allinearsi ai blocchi di potere interni diventa un bersaglio facile, un “piccione” esposto al fuoco incrociato. Salvini rivendica una magistratura che non cerchi il consenso mediatico o il protagonismo politico, ma che si rifugi nel rigore tecnico e nella “solitudine del giudicare”. Per l’autore, la vera giustizia risiede nella capacità di restare terzi rispetto a ogni pressione, interna o esterna che sia.
Una testimonianza etica
Attraverso il racconto delle sue grandi inchieste, Salvini non cerca la spettacolarizzazione, ma il senso etico del proprio operato. Il volume emerge come un’esortazione ai giovani magistrati a preservare la propria autonomia “non iscrivendosi a nulla”, suggerendo che la dignità della toga non derivi dal potere esercitato, ma dalla libertà intellettuale mantenuta di fronte alla legge.
SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Il tiro al piccione. Una storia del Palazzo di Giustizia
Autore: Guido Salvini
Editore: Pendragon (Collana Contemporanea)
Pagine: 336
Prezzo: € 20,00
