di Giuliano Longo (*)
L’inquietante ritrovamento di droni imbottiti di esplosivo militare presso l’aeroporto di Lipsia-Halle — uno dei principali hub logistici per i velivoli cargo ucraini che garantiscono i flussi di rifornimento militari dell’Occidenteall’Ucraina — rappresenta solo l’ultimo episodio di una crisi in costante surriscaldamento.
Da un lato le continue incursioni aeree dell’Ucraina all’interno della Russia per colpire le infrastrutture energetiche, logistiche e civili, dall’altro l’irrigidimento della retorica dei vertici della NATO “pompato”., con il Segretario Generale Mark Rutte, e della Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen.
Ma è sopratutto Berlino ad alzare il diapason dei toni con il Cancellire Merz preoccupato per I prossimi esiti elettorali in Sassonia del 6 settembr, dove la destra della AFD risulta ampiamente vincente dai sondaggi.
Il Cremlino liquida le accuse di sabotaggio come “isteria antirussa” e campagna propagandistica, ma sorge un interrogativo decisivo: si sta deliberatamente costruendo la premessa per un casus belli destinato a provocare un confronto militare diretto tra Russia e NATO senza la garanzia dell’impegno degli Stati Uniti?
Oppure ci troviamo di fronte alla reazione affannosa della“coalizione dei volenterosi” europei consapevole che Kyev stia progressivamente perdendo terreno sul campo?
Per analizzare il fenomeno senza l’influenza di narrazioni di parte occorre iuscire da clamore dei tamburi di gerra rullati sopratutto dall’Europa, guardando alle anche alle analisi di osservatori neutrali e del Sud Globale.
Secondo l’Observer Research Foundation (ORF), think tank indipendente indiano, gli incidenti di Lipsia rappresentano la volontà della NATO di innescare una guerra aperta, ma la manifestazione di una prolungata “guerra nella zona grigia”.
Mentre la strategia di Mosca mira a esercitare una pressione psicologica ed economica sui Paesi europei rimanendo costantemente al di sotto della soglia dell’Articolo 5 della Alleanza, evitando così un attacco cinetico diretto che costringerebbe gli alleati a un intervento militare convenzionale.
In quest’ottica, la frammentazione dell’attenzione occidentale gioca a favore della Russia, che sfrutta la diniego plausibile per mettere a nudo le vulnerabilità logistiche dell’Europa.
L”UNIDIR (Istituto delle Nazioni Unite per la ricerca sul disarmo) con sede a Ginevra, la proliferazione di droni e di esplosivi ad alto potenziale nelle vicinanze di scali civili e militari dimostra invece la “porosità” dei confini della sicurezza europea.
Per ‘UNIDIR il vero pericolo non risieda nella scelta deliberata di creare un casus belli, ma nel rischio di un “errore di calcolo” o di un incidente che genererebbero una spirale da cui i governi europei non potrebbero sottrarsi. Il coro quasi unanime delle cancellerie europee e dei vertici di Bruxelles rivela quindi una forte ansia come rileva Tsinghua Institute of International Relations (CISS) di Pechino, l’Europa.
La prospettiva di un ridimensionamento della copertura militare diretta da parte degli Stati Uniti costringe i leader europei ad alzare I toni per simulare una capacità di deterrenza che, sul piano strettamente convenzionale e industriale che è ancora incompleta.
Anche il Carnegie Russia Eurasia Center (rete di analisti russi indipendenti in esilio) sottolinea che né Mosca né la NATO puntano a uno scontro militare senza la partecipazione americana, poiché i costi strategici per entrambe sarebbero devastanti.
Tuttavia ancor più significativa è l’analisi di osservatori americani come John Mearsheimer (Università di Chicago), che da tempo giudicano l’inasprimento della pressione sui confini russi e la retorica dell’escalation da parte delle cancellerie europee, comeo un grave errore strategico.
Secondo la scuola realistica americana, l’Europa sta tentando una politica di “brinkmanship” (spingersi sull’orlo del precipizio) per nascondere la propria incapacità industriale di sostenere una guerra di logoramento a lungo termine.
Anche gli esperti del Quincy Institute for Responsible Statecraft di Washington evidenziano che la pressione di leader europei è guidata dal panico per un possibile disimpegno strategico della Casa Bianca.
Dal loro punto di vista, le provocazioni o gli atti di sabotaggio non sono cercate dalla NATO come casus belli, ma come dimostrazione di una guerra per procura (“proxy war”) fuori controllo, che gli Stati Uniti cercano di evitare con un coinvolgimento diretto.
La conclusine di tutte queste analisi è che mentre la Russia testa i limiti della coesione occidentale attraverso azioni di “guerra ibrida”., l’Europa cerca lo scontro con Mosca ma entro limiti circoscritti, con il reale pericolo della perdita di controllo. Quanto basta – al dilà delle numerose illazioni – a giustificare l’improvvisa visita a Mosca del capo della CIA Ratcliffe del 26 agosto, che probabilmente ha voluto terstate il polso della situazione.
Ma sopratutto fino a che punto si può estendere l’aiuto della intelligence americana nel colpire obiettivi sensibili russi.
