Politica

L’Opinione – La Riforma della Giustizia/2. Il Coraggio del presente e le omissioni del passato

di Fulvio Barion (*)

L’onda lunga della discussione sulla separazione delle carriere in magistratura rivela molto più di un semplice dibattito giuridico; è uno specchio delle disfunzioni e delle omissioni che hanno caratterizzato la vita politica italiana negli ultimi decenni. Mentre il Senato dà il via libera a una riforma attesa, le reazioni dell’opposizione e di parte della magistratura evocano una “guerra dei trent’anni” che l’Italia non può più permettersi.

Il sistema giudiziario italiano, unico nel panorama occidentale per il suo “autocontrollo”, è stato il frutto di una scelta costituzionale ponderata, nata dal trauma del fascismo. Tuttavia, ciò che un tempo fu una garanzia di indipendenza si è trasformato, col tempo, in un fattore di squilibrio. Il cittadino comune percepisce oggi una magistratura “intoccabile”, che in caso di errore non sembra mai pagare direttamente le conseguenze, gravando il costo dei risarcimenti sullo Stato e, dunque, sui contribuenti. Questa distorsione, unita alla percezione di “stipendi elevatissimi” e di un’infallibilità basata sul concorso, genera frustrazione e un senso di impotenza. La dolorosa constatazione che “se i fascicoli sono civili e riguardano la vita di cittadini senza nomi roboanti nemmeno li aprono” evidenzia un divario tra la giustizia formale e la giustizia percepita, minando la fiducia nelle istituzioni.

L’anomalia italiana, dove il potere giudiziario è divenuto un “corposo contropotere” capace di “sfidare apertamente la sovranità delle assemblee elettive”, è un fatto sotto gli occhi di tutti. L’implosione del sistema dei partiti ha indubbiamente creato un vuoto, che la magistratura ha in parte colmato, assumendo una “funzione di supplenza” e “invadendo il campo” legislativo e politico. Questo non è un rimprovero morale alla magistratura, ma la constatazione di un oggettivo slittamento di poteri che ha alterato l’equilibrio democratico.

La separazione delle carriere, con l’istituzione di due CSM distinti, non è l’anticamera di un regime autoritario. Le esperienze di democrazie consolidate come la Francia, dove esistono sistemi simili senza che nessuno possa parlare di autocrazia, lo dimostrano. È, al contrario, un tentativo di riportare l’Italia a una “normale separazione dei poteri”, disinnescando la narrazione di una magistratura votata a una permanente “resistenza” alla politica.

Il punto più dolente di questa vicenda non è tanto la resistenza di parte della magistratura, che difende il proprio status quo, quanto la reazione di una parte dell’opposizione politica. Per costruire quel “compromesso storico” essenziale a superare la “guerra dei trent’anni”, sarebbe necessario un atto di coraggio e onestà politica. L’attuale opposizione dovrebbe ammettere, senza ipocrisia, che il governo sta compiendo un passo che avrebbe dovuto essere fatto da chi ha governato in precedenza.

Troppo spesso, in passato, si è assistito a una pratica perniciosa: quella di “demandare alla magistratura la liquidazione degli avversari politici apostrofati come nemici”. Questo utilizzo strumentale della giustizia come arma politica ha avvelenato il clima istituzionale, contribuendo a quella “invasione di campo” che ora si cerca di correggere. Non si può oggi gridare al complotto o alla svolta autoritaria per una riforma che mira a ristabilire un equilibrio costituzionale, quando in passato si è tacitamente o esplicitamente incoraggiato lo sconfinamento del potere giudiziario per propri fini politici.

L’Italia ha bisogno di una giustizia efficiente, responsabile e, soprattutto, indipendente, ma non autoreferenziale. La separazione delle carriere è un pilastro per questo nuovo percorso. Riconoscerne la validità, al di là delle divisioni di parte, significa anteporre l’interesse del Paese alle convenienze politiche immediate. Solo così si potrà evitare che una delle più grandi nazioni del mondo resti impantanata in uno “scontro permanente tra poteri”, e si possa finalmente costruire una democrazia matura e funzionante.

(*) Vicepresidente nazionale di ConfimpreseItalia

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