di Stefano Fassina (*)
Per motivare le ragioni storiche e culturali, finanche antropologiche della sinistra patriottica, partirei da una domanda: perché le destre nazionaliste si affermano ovunque in Occidente, al di là e al di qua dell’Atlantico? Quali sono le date, gli eventi rilevanti per spiegare la loro affermazione?
Sul piano macroeconomico, il periodo di riferimento è il 2007-2008, il tornante del collasso della finanza sub-prime negli USA. Cosa c’è sotto? L’impoverimento del lavoro e delle classi medie. L’indebitamento delle famiglie è condizione necessaria per i consumi di cittadinanza, per fare la casse media o muoversi verso i consumi da classe media. Il reddito da lavoro è insufficiente. Viene coniato l’ossimoro working poor.
Sul piano politico, gli effetti si manifestano compiutamente nel 2016: a giugno, nel Regno Unito, nel referendum pro-Brexit; a novembre, nella vittoria di Donald Trump per la Casa Bianca. Nell’editoriale de The Economist, il giovedì successivo allo sconvolgete risultato elettorale negli USA, è scritto: “History is back”. Era propagandistico il mantra di moda dopo l’abbattimento del Muro di Berlino: “La fine della storia e l’ultimo uomo” nel titolo del best seller di Francis Fukuyama. Invece, insieme ala Storia, anche la Politica è tornata.
In sintesi, si manifesta l’insostenibilità sociale, macroeconomica, ambientale, geopolitica e spirituale della regolazione neoliberista del capitalismo, in particolare nell’Unione europea, sua versione estrema, alimentata dal mercato unico tra sistemi nazionali radicalmente disallineati in termini di condizioni del lavoro, tassazione, welfare.
Qual è il segno prevalente, decisivo, del voto nel Regno Unito e negli USA? Domanda di protezione sociale e identitaria.
Da quasi 20 anni, siamo in un “momento Polanyi”: una fase analoga agli anni 20 del ‘900, la fase illuminata dal Karl Polanyi nella quale il dominio del mercato, ossia la marginalizzazione della politica democraticamente legittimata, porta allo spiaggiamento economico e allo smarrimento identitario e diventa insopprimibile la domanda di protezione, appunto sociale e culturale.
La Brexit è il tentativo di mettersi fuori dal mercato europeo percepito, correttamente, come leva di dumping sociale e fiscale. Trump è l’uomo dei dazi, termine evocativo, al di là della effettiva funzione economica, di protezione del lavoro e delle comunità dissanguate dalla furia del mercato globale senza controllo politico, in particolare dopo l’ingresso della Cina nel WTO.
Emerge una forte domanda di comunità. Le domande di comunità sono, innanzitutto, domande di comunità nazionale, di appartenenza, di patria, la comunità politica di riferimento. Le domande di protezione sono rivolte allo Stato nazionale, garante e protettore della comunità nazionale, unica dimensione democratizzata e unica dotata di istituzioni di garanzia dei diritti sociali fondamentali.
Chi sono i principali protagonisti sociali del ribaltamento del tavolo globalista ed euro-liberista? Lavoratrici e lavoratori subordinati al mercato, dipendenti e autonomi, piccole imprese, vittime dei movimenti senza filtri di capitali, merci, servizi e persone. È il popolo. Sono le periferie. Le periferie sociali, i lavoratori precarizzati, impoveriti, impauriti avvertono l’insopportabile suprematismo etico della sinistra ufficiale: la ‘sentono’ distante moralmente e culturalmente, non soltanto socialmente e territorialmente, estranea, finanche colpevole.
Le loro domande di protezione si dirigono, inevitabilmente verso gli outsiders: da un lato, i movimenti definiti “populisti” dall’establishment e dai media mainstream (Podemos in Spagna, M5S in Italia, La France Insoumise in Francia, BSW in Germania) e, dall’altro, alle variegate destre nazionaliste e tradizionaliste, da ultimo, negli USA anche tecno-teo-populiste (la Lega Nord in Italia trasformata da Matteo Salvini in Lega nazionale; Rassemblement National in Francia; AfD in Germania, MAGA e i ‘broligarch’ a partire da Peter Thiel in USA).
In un “momento Polanyi”, per ricostruire “connessione sentimentale” (Antonio Gramsci) con le fasce di popolo più in difficoltà è necessario riscoprire il senso relazionale-identificativo, protettivo, solidaristico e cooperativo dei termini “Patria” e “Nazione”. Patria e Nazione, come pure famiglia e Dio, non sono categorie intellettuali, morali e politiche delle destre. Le destre le hanno prese in ostaggio con la complicità implicita delle sinistre liberal-progressiste cosmopolite, precipitate nell’individualismo proprietario e, senza cultura del limite, cadute nel nichilismo.
Il tentativo di Habermas di spostare il patriottismo sul piano della razionalità comunicativa non funziona. Il ‘suo’ patriottismo costituzionale è intrinsecamente elitario, soprattutto quando intende varcare i confini nazionali. La prassi comunicativa, esaltata da Habermas, non genera appartenenza sociale, non è una prassi di popolo. L’integrazione comunitaria, condizione necessaria per una democrazia sociale, non è possibile attraverso le procedure del discorso razionale e dell’agire comunicativo. Non si costruisce popolo attraverso l’agire comunicativo, tanto più popolo europeo. L’Unione europea può avere una natura democratica e di popolo soltanto se è incontro tra comunità nazionali che si riconoscono reciprocamente nelle loro specificità. Qui, Wolfgang Streeck ha indicazioni interessanti, da approfondire.
Nazione, Patria, Sovranità sono concetti ambivalenti. Semplifico, spero senza fare caricature. Da un lato, troviamo l’interpretazione risorgimentale e costituzionale, quindi il Nation building come condizione necessaria per la conquista delle libertà e dei diritti. La Costituzione italiana, scritta con il sangue dei partigiani impegnati nella Resistenza e nella guerra al nazi-fascismo, ne conferma la necessità e il senso progressivo, emancipativo, solidale di Nazione, Patria e Sovranità. L’art 67: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione…”.
Nella dimensione nazionale non vi sono individui, non vi sono soltanto persone, famiglie o classi, vi è la Nazione. L’art 52: “La difesa della Patria è sacro dovere di ogni cittadino”, l’unico articolo della Carta dove un dovere è agganciato alla dimensione teologico-politica del ‘sacro’. Infine, l’art 1: “La sovranità appartiene al popolo”, anche qui è chiara la dimensione relazionale pre-politica.
Sul versante opposto all’interpretazione risorgimentale e costituzionale, c’è l’interpretazione dei regimi autoritari, estrema nel Fascismo e nel Nazismo. Dove nazione è razza, ius sanguinis, supremazia, dominio, identità statica, esclusivista, confessionale, organicista, corporativista, repressiva del conflitto sociale, ma conflittuale verso l’altro (lo straniero, il dissenso interno, il credente in altra religione), prima anti-semita, ora islamofobica e strumentalmente ultra-sionista.
Ciascuna interpretazione ha un versante interno e un versante esterno, coerenti ed inestricabili: l’interpretazione costituzionale è caratterizzata dal nesso stretto libertà-uguaglianza all’interno e cooperazione all’esterno; all’opposto, l’interpretazione autoritaria, lega restrizione delle libertà e gerarchia sociale all’interno e aggressività all’esterno. Nel caso delle medie potenze, come gli Stati europei, esalta il nemico alle porte, la Russia “minaccia esistenziale” insistono a ripetere le risoluzioni del Parlamento europeo e i comunicati conclusivi dei vertici dei Capi di Stato e di Governo.
Segnalo che l’ambivalenza appena abbozzata non è condivisa da filoni culturali e politici significativi. In questa fase storica, in larghissima parte della sinistra ufficiale, sia della sinistra cosiddetta “riformista”, sia di quella “radicale” o “antagonista”, i concetti di Patria e Nazione, finanche sovranità, non sono considerati ambivalenti, ma univoci: possono soltanto avere il senso inteso e praticato dalle destre. Insomma, sono interpretati come inevitabilmente regressivi. Da qui, la tendenza a considerare, nel migliore dei casi, subalterno alla destra nazionalista chi, da sinistra, li assume nella loro valenza costituzionale.
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