di Riccardo Bizzarri (*)
Nel vasto panorama delle interazioni tra politici e giornalisti, raramente assistiamo a episodi che coinvolgono acconciature e gesti inaspettati. Certo, la storia ci ha abituati a schiaffi e lanci di oggetti vari – Churchill, per esempio, si dice che avesse l’abitudine di fulminare gli interlocutori con una delle sue celebri frasi al vetriolo piuttosto che con una presa per i capelli – ma l’episodio che ha visto protagonista Romano Prodi sembra aprire nuove frontiere nella comunicazione politica.
L’ex Presidente del Consiglio è finito sotto i riflettori per un presunto “tiraggio” di capelli ai danni della giornalista Lavinia Orefici durante un acceso scambio di battute. Lui minimizza: solo una “mano sulla spalla”. Lei, invece, fa notare che la mano ha avuto un raptus ascendente, finendo nella capigliatura (al Var di Quarta Repubblica sarebbe stato rigore netto). Ora, tralasciando la questione morale e le possibili interpretazioni, c’è da chiedersi: perché Prodi ha scelto la Orefici? Perché proprio lei? E, soprattutto, perché non Michele Serra?
Un’alternativa immaginaria: Prodi vs. Serra, il duello delle ciocche
Immaginiamo per un momento un’altra scena. Michele Serra, giornalista e intellettuale di punta, noto per le sue riflessioni profonde e talvolta controverse (e promotore di una improbabile manifestazione pagata dal Comune di Roma) è a un evento di presentazione del suo ultimo libro, magari una raccolta delle sue celebri “Amache”. Parla, discetta, pondera. Il pubblico ascolta rapito mentre lui elabora un pensiero al confine tra il sofisticato e il contorto.
Ed ecco che, improvvisamente, Romano Prodi si avvicina. Sguardo severo, passo deciso, la postura di chi ha attraversato decenni di politica e sa riconoscere una supercazzola a chilometri di distanza. Serra, con la sua consueta flemma, gli concede la parola. E Prodi, anziché replicare con argomenti politici, allunga la mano e – zac! – gli tira una ciocca di capelli, esclamando:
“Ma che cavolo di risposta è questa? Il senso della storia ce l’ha lei o no?”
Il pubblico resta senza fiato. Alcuni ridacchiano nervosamente. Qualcuno applaude, senza capire bene perché. Serra si liscia i capelli con un certo sconcerto, cercando di mantenere la compostezza, e risponde con una citazione:
“Socrate diceva di sapere di non sapere, ma io non mi spingerei così in là.”
Prodi, senza scomporsi, ribatte:
“Sì, ma almeno Socrate non scriveva su ‘Repubblica’.”
Una caduta di stile? Un errore veniale ingigantito dal circo mediatico? O il sintomo di una stanchezza profonda, il segno che il tempo dell’arguta pazienza prodiana è finito e al suo posto è rimasto solo un riflesso nervoso da vecchio zio che non sopporta le domande scomode?
Cialtronata, certo. Ma le cialtronate, quando diventano simboli, segnano la fine di un’epoca. E Prodi, nel tirare quei capelli, non ha strattonato solo una giornalista, ma anche l’ultimo brandello di credibilità di un uomo che, nel bene o nel male, ha segnato la politica italiana. Ci sono addii che restano nella memoria collettiva più per il gesto finale che per tutto ciò che li ha preceduti. Uno degli esempi più emblematici è quello di Zinedine Zidane, campione dal talento cristallino, che ha segnato la storia del calcio mondiale. Eppure, il suo nome, per molti, resta indissolubilmente legato a quel gesto impulsivo nella finale dei Mondiali 2006: la famosa testata a Marco Materazzi.
In un attimo, l’immagine dell’elegante numero 10 francese che incantava il mondo con le sue giocate si frantumò. L’ultima scena della sua carriera da calciatore non fu un gol, un applauso, o una standing ovation. Fu un cartellino rosso. Un’uscita di scena carica di rabbia e frustrazione.
È il perfetto esempio di come, nella narrazione di una carriera, l’ultimo capitolo possa riscrivere l’intero libro. Con un’aggravante Prodi non è il Zidane della politica
Una fine ingloriosa. Non con un tuono, non con un pianto. Ma con uno strattone.
Sipario
(*) Giornalista
