Esteri

L’UE ammette: “Trump non è dalla nostra parte” ma finge di ignorare il problema della sua sicurezza

di Giuliano Longo

Oggi  i leader dei 27 paesi dell’UE si riuniscono  a Bruxelles per un vertice di emergenza mentre la valutazione della sostanziale inimicizia di Trump è predominante in quasi tutte le capitali europee, forse ad eccezione di Giorgia Meloni per l’Italia e quella scontata dell’ungherese Orban.

A Bruxellesi è ormai diffusa l’opinione che i Paesi storicamente legati agli Stati Uniti stiano maturando questa opinione a seguito delle sparate, spesso anche sprezzanti – e talora confuse – del Tycoon al vertice dei potenti a Davos.

Prevale una sensazione di sgomento anche se il vertice si terrà comunque, nonostante Donald Trump abbia dichiarato mercoledì sera di aver aver raggiunto un accordo sulla Groenlandia proclamando che non imporrà sulla questione né dazi ne un intervento militare e senza specificare di che accordo si tratti e con chi.

 

Le intenzioni  del presidente degli Stati Uniti sulla Groenlandia, illustrate a Davos pretendono  “negoziati immediati” per ottenere l’isola, che, in un modo o nell’altro, passerà comunque sotto il controllo degli Stati Uniti.

 

Durante il primo anno del suo secondo mandato, gli europei si erano aggrappati alla speranza che i loro peggiori timori sul paese che ha sostenuto la sicurezza europea dal 1945, non si sarebbero avverati.

 

Ma i rapporti avevano già sfiorato lo scontro sulle altalenanti posizioni del Presidente americano sul conflitto Ucraino, nè era bastato il loro sostanziale silenzio sull’operazione Venezuela avvenuta in spregio di ogni regola del diritto internazionale, affondato con il rapimento di Maduro e l’attacco a Caracas.

Ma il momento di fare i gentili “è finito” ed “è giunto il momento di opporsi a Trump”, ha dichiarato all britannica emittente BBC Anders Fogh Rasmussen, ex segretario generale della NATO ed ex primo ministro danese, che non è certo l’oracolo di Delphi.

Se Veramente “il  sogno americano dell’Europa è morto” è probabile che la presa di coscienza collettiva di gran parte dei Paesi europei – eccetto forse il Regno Unito legato ad un vincolo di vassallaggio con Washington-  si manifesti proprio al vertice di oggi, non escludendo misure di ritorsione  nel caso The Donald cambi ancora una volta opinione sulla Groenlandia.

Il presidente francese Emmanuel Macron lo ha anticipato nel suo discorso a Davos, affermando che l’Europa ha “strumenti molto forti” e che “dobbiamo usarli quando non veniamo rispettati e quando le regole del gioco non vengono rispettate”.

Il discorso di Trump a Davos, durante il quale ha definito l’isola autonoma della Danimarca “nostro territorio”, non è servito a smorzare gli animi a  24 ore prima dell’incontro frettolosamente organizzato dai leader nella capitale belga per discutere la loro prossima risposta alla disgregazione dell’ordine postbellico.

Compito ambizioso e arduo come vedremo di seguito.

Sebbene Trump abbia escluso l’uso della forza militare per impadronirsi della Groenlandia, i governi dell’UE non hanno ritenuto che ciò rappresenti una retromarcia, a causa della durezza del suo linguaggio nei confronti dell’Europa e della chiara conferma delle sue intenzioni sostanzialmente imperialistiche.

Alla fine Trump ha ritirato la minaccia di imporre dazi sugli otto paesi europei che ostacolano la sua fagocitazione bulimica della  in Groenlandia, ma regna ancora una sovrana confusione – forse premeditata e voluta dal Tycoon – sul futuro dell’immenso territorio artico.

Dopo i tira e molla degli ultimi giorni, dovremmo ora aspettare e vedere quali accordi sostanziali verranno raggiunti tra [il Segretario Generale della NATO], il signor Rutte, e il signor Trump”, ha dichiarato il vicecancelliere tedesco Lars Klingbeil all’emittente tedesca ZDF. “indipendentemente dalla soluzione che verrà trovata per la Groenlandia, tutti devono capire che non possiamo sederci, rilassarci e accontentarci” ha aggiunto.

Ma quando Trump  ha minacciato quei dazi sabato, lo scisma è diventato reale e obbliga gli europei a scelte che non potranno solo essere  verbali nelle pieghe di astrusi compromessi diplomatici, che Trump – per la sua natura aggressiva – rifiuta.

Scelte che potranno anche richiedere tempo ma che dovranno stare al passo delle improvvise decisioni del Tycoon , ad esempio sull’Ucraina. che incontrerà Zelensky ma si è già schernito affermando che torti e ragioni del sanguinoso conflitto vanno “equamente” attribuite alle due parti.

Che non è la posizione dell’Europa decisa a schierarsi e sostenere Zelensky a tempo indeterminato, ma sempre con la premessa che gli Stati Uniti continuino a sostenere la danza contro Putin.

 

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che peraltro è ancora lle prese con il Parlamento Europeo per la definitiva approvazione del suo accordo sui dazi con Trump, mentre il Mercosur è stato bocciato –  ha riassunto il suo stato d’animo nel suo discorso di martedì a Davos. “Il mondo è cambiato in modo permanente”, ha affermato. “Dobbiamo cambiare con lui” più generica retorica che sostanza politica.

Durante il vertice, i leader dell’UE discuteranno dello stato delle relazioni transatlantiche. Prima della riduzione dei dazi da parte di Trump, si stavano preparando a chiedere alla Commissione di preparare la sua arma commerciale più potente contro gli Stati Uniti, l’Anti-Coercion Instrument (ACI) .

Il  “bazooka commerciale” della UE approvato nel 2023 per affrontare la minaccia rappresentata dai  Paesi, cosiddetti ostili, in particolare la Cina, nel timore che Pechino stesse  usando i  mercati europei e le loro economie per ricattare l’UE e costringerla a un ruolo di subordinazione.

L’idea che Bruxelles lo utilizzi contro gli Stati Uniti era impensabile, ma oggi i leader UE probabilmente discuteranno di “riduzione del rischio” nei confronti degli Stati Uniti, nei confronto dei quali la tradizionale fiducia ormai vacilla.

La consapevolezza che gli Stati Uniti non siano più un alleato affidabile è arrivata gradualmente. In un primo tempo quando l’amministrazione Trump ha pubblicato la sua Strategia per la Sicurezza Nazionale all’inizio di dicembre, con i quale Washington si impegna a sostenere  i “partiti patriottici europei” a scapito dell’UE, il che spiega  perché alcuni leader dell’UE, come l’ungherese Viktor Orbán, siano ancora aggrappati a Trump.

Poi, Trump ha rinnovato la sua retorica sull’acquisizione della Groenlandia, quando l’ambasciatore statunitense in Islanda si è definito governatore del 52 stato USA e Trump ha inviato una lettera al primo ministro norvegese contestando il fatto  di non aver ricevuto il premio Nobel per la pace e che pertanto “non si sarebbe più sentito in obbligo di pensare esclusivamente alla pace“- come se sino ad ora l’avesse fatto in Venezuela, Gaza e magari domani in Iran.

Ma a Bruxelles circola anche un certo isterismo quando qualche funzionario di rango afferma a POLITICO che “ormai abbiamo superato Monaco” riferendosi all’incontro del 1938 in cui Gran Bretagna, Francia e Italia placarono Adolf Hitler consentendogli di annettere la Cecoslovacchia.

Affermazioni che anche indirettamente evocano il ruolo della NATO e la questione della sicurezza europea che comunque non può fare a meno del contributo militare degli Stati Uniti.

Volenti o nolenti le questioni si intrecciano e come nella roulette (russa) non si vedono soluzioni, tanto che il segretario della NATO Rutte è già in contatto con Trump e non riteniamo solo per la questione artica, che comunque è un baluardo di tutta l’Alleanza e non solo USA.

Non è un caso che a Davos The Donald abbia fatto chiaramente capire che l’Ucraina è questione tutta dell’Europa e comunque se la sbrighi lei, dopo aver pomposamente promesso che avrebbe risolto il conflitto in pochi giorni.

Ed è ancora l’Ucraina, più che la Groenlandia il tallone d’Achille di tutta l’Europa che può decidere tutti i possibili “bazooka” daziari contro gli Stati Uniti, ma che – almeno per il prossimo decennio in attesa del suo costoso riarmo – per la sua sicurezza anche nucleare di penderà dagli Stati Uniti anche se The Donald non fosse più alla Casa Bianca.

Questa la ragione di fondo per una intesa pacifica, ragionevole e non a perdere con la Russia sull’Ucraina, perché se ha pure un senso proseguire il conflitto per logorare Putin, nel frattempo si logora anche l’Europa a tutto vantaggio degli Stati Uniti.

aggiornamento Trump Davos

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