C’è un’Italia che chiude fabbriche, licenzia operai, sposta produzioni all’estero, perde competitività, discute di transizione industriale, energia, investimenti, salari e futuro.
E poi c’è un’altra Italia, molto più urgente, molto più drammatica, molto più decisiva per il destino del pianeta: Inter-Juve.
E in questa seconda Italia, che evidentemente è quella che conta davvero, succede una cosa straordinaria: John Elkann telefona a Gravina. Non per chiedere come rilanciare l’industria. Non per discutere del destino degli stabilimenti.
Non per parlare di migliaia di famiglie che aspettano una risposta. No.
Per parlare di un arbitro. Probabilmente, nelle riunioni del gruppo, la scaletta ormai è questa: Chiusura stabilimento, Taglio personale, Delocalizzazione. Secondo giallo a Kalulu. Il punto 4, a quanto pare, è quello più delicato.
Nel frattempo, il designatore arbitrale chiama l’ANSA per confessare pubblicamente:
“Abbiamo sbagliato”. Un mea culpa sportivo, quasi religioso, con l’arbitro mortificato, la simulazione chiara, il VAR che non ha potuto sanare, i giocatori e gli allenatori che non aiutano, il campionato pieno di trappole morali. E uno legge e pensa:
ma questo è il calcio o una riunione della Corte dei Conti?
C’è un tono quasi istituzionale, come se si stesse parlando della manovra finanziaria, non di una scivolata in area. “Siamo gli unici ad ammettere gli errori”, dice Rocchi.
Una frase che, detta nel calcio italiano, suona come una provocazione metafisica. Perché in effetti è vero: in Italia nessuno ammette mai di aver sbagliato. Non chi ha sbagliato i conti pubblici. Non chi ha sbagliato le riforme.
Non chi ha sbagliato le politiche industriali. Non chi ha sbagliato le strategie aziendali.
Ma almeno l’arbitro, davanti a milioni di persone, dice:
“Sì, ho sbagliato”. A questo punto verrebbe da proporre una riforma istituzionale:
mettere gli arbitri a dirigere le grandi aziende italiane. Almeno ogni tanto direbbero: “Scusate, abbiamo sbagliato investimento”.
Il vero capolavoro, però, resta l’immagine di Elkann al telefono per parlare di Inter-Juve. Non perché non abbia diritto di farlo. Non perché il calcio non conti. Ma perché il contrasto è quasi artistico. Da una parte: cassa integrazione, esuberi, stabilimenti a rischio, territori desertificati. Dall’altra: la seconda ammonizione.
È come se il comandante del Titanic, mentre la nave imbarca acqua, chiamasse la sala musica per protestare: “Scusate, ma il violino era leggermente stonato”.
Il calcio, in Italia, non è più uno sport. È una valvola di sfogo nazionale.
Una terapia collettiva. Una religione laica dove si confessano peccati arbitrali invece di quelli industriali. Perché parlare di un fuorigioco è molto più semplice che parlare di un piano industriale. Il fuorigioco lo capiscono tutti. Il piano industriale no.
E soprattutto, il fuorigioco fa arrabbiare, ma non costringe a pensare. Così, mentre le fabbriche chiudono, il Paese discute di simulazioni. Mentre si perdono posti di lavoro, si analizzano i replay al rallentatore. Mentre manca una strategia industriale, si cerca la strategia difensiva. E in fondo, forse, è tutto coerente. Un Paese che ha trasformato ogni cosa in tifo non poteva che finire così: a discutere dell’arbitro mentre perde la partita più importante.
Quella della realtà.
(*) giornalista
Nella foto il giocatore dell’Inter Bastoni, che ha provocato l’errore dell’arbitro e innescato le polemiche
