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Gaza, il ministro della difesa israeliano: “Avanzeremo fino al valico di Rafah”

“Dobbiamo proseguire fino a Rafah, non c’è altro modo”: queste le parole condivise in un post su ‘X’ dal ministro israeliano della Difesa Yoav Gallant, che stanno creando panico tra i palestinesi nella città a sud della Striscia di Gaza. Come evidenziano i media internazionali, Rafah è stata dichiarata “zona sicura” dalle autorità israeliane e al momento ospita 1,9 milioni di persone tra residenti e sfollati, ossia oltre l’80% della popolazione dell’exclave sui 2,3 milioni totali. La città si trova al confine con l’Egitto, ma le persone non sono autorizzate ad uscire. Il valico è impiegato solo per l’ingresso dei camion con gli aiuti umanitari. Gaza confina solo con Israele ed Egitto, mentre a ovest si affaccia sul mare, quindi resta la questione del divieto per i civili di lasciare la Striscia per mettersi in salvo dal conflitto, su cui né Tel Aviv né Il Cairo hanno raggiunto un accordo.Dall’attacco di Hamas del 7 ottobre nel sud di Israele, che ha causato 1.200 vittime e determinato il sequestro di 240 persone, l’esercito di Tel Aviv ha risposto lanciando un’offensiva prima nel nord della Striscia. Poi, una volta iniziata l’invasione di terra, i reparti delle forze armate sono penetrati sempre più a sud, spingendo di conseguenza la popolazione a spostarsi di continuo per sfuggire ai combattimenti. Oltre 27mila ad oggi i morti palestinesi, di cui il 70% donne e bambini. Nei giorni scorsi la Corte di giustizia internazionale (Icj) ha ordinato a Israele di “fare tutto quanto in suo potere per proteggere i civili da atti di genocidio”. Nonostante gli incessanti appelli al cessate il fuoco e a proteggere i civili, Gallant – forte del sostegno degli Stati Uniti e di vari paesi occidentali – ha ribadito l’obiettivo di Israele di smantellare i gruppi armati palestinesi: “La brigata di Khan Younis di Hamas è stata dispersa, completeremo la missione proseguendo verso Rafah. La grande pressione che le forze esercitano sugli obiettivi di Hamas ci avvicina più di ogni altra cosa al ritorno dei sequestrati. Continueremo fino alla fine, non c’è altro modo”. A Khan Younis, area che per giorni è stata obiettivo degli attacchi di Israele, stamani sono stati recuperati tra le macerie di un edificio i corpi senza vita di oltre una dozzina di persone, stando a quanto riporta Al Jazeera. La Mezzaluna rossa palestinese invece nella serata di ieri riportava di un nuovo attacco all’ospedale Al-Amal “per l’undicesimo giorno consecutivo”, con “mezzi pesanti che circondano l’edificio” e “spari e colpi d’artigliera in corso nelle vicinanze”. “Un assedio”, continua l’organizzazione umanitaria, che “pone a serio rischio la vita delle persone”. Il personale medico ieri è stato pertanto costretto a seppellire i corpi delle vittime nel cortile della struttura, nell’impossibilità di poter uscire per raggiungere il cimitero. Più in generale le agenzie umanitarie continuano a denunciare la mancanza di cibo, acqua potabile, farmaci e materiali medici nella Striscia. Il taglio dei finanziamenti all’Unrwa da parte di 16 Paesi tra i più sviluppati al mondo – in protesta con le accuse ad alcuni membri dello staff dell’agenzia Onu di aver collaborato all’attacco di Hamas del 7 ottobre – farà terminare le scorte di aiuti alla popolazione entro febbraio. “È difficile immaginare che gli abitanti di Gaza sopravviveranno a questa crisi senza l’Unrwa” ha avvertito Thomas White, direttore degli Affari dell’Unrwa a Gaza e vice coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati. “Abbiamo ricevuto segnalazioni secondo cui le persone macinano mangime per uccelli per produrre farina”. I bosogni per i palestinesi di Gaza, ha concluso, “sono colossali”.

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