di Dario Rivolta (*)
Riprenderanno, oppure no, le negoziazioni per Iran e Libano? E quando (e se) riprenderanno quali risultati potrebbero ottenere? Il cessate-il-fuoco già sarebbe qualcosa, ma al suo scadere? Rimarrà un perenne armistizio come successo con la guerra di Corea? Sembra piuttosto improbabile. Innanzitutto perché le situazioni geografica e politica sono molto diverse e poi perché le ragioni che hanno scatenato queste guerre sono enormemente diverse da quelle che videro scoppiare il conflitto coreano.
Partiamo dalla questione iraniana.
I due attaccanti, Israele e USA avevano in comune solo alcuni obiettivi: far cadere il regime per sostituirlo con uno accomodante ai desideri dei vincitori, distruggere la maggior parte delle capacità missilistiche offensive degli iraniani e porre fine ai suoi finanziamenti verso i proxi in Libano, a Gaza e altrove. Inoltre, si voleva che Tehran accettasse ufficialmente e definitivamente l’esistenza dello Stato di Israele. Per gli Stati Uniti, inoltre, un vero obiettivo era di ottenere la fine delle forniture di petrolio alla Cina e, soprattutto, che non venissero più fatte attraverso pagamenti in Yuan, confermando altresì l’uso del dollaro. Come comunicazione alle opinioni pubbliche la narrativa di entrambi era che lo scopo principale della guerra fosse impedire all’Iran di costruirsi la bomba atomica e, perfino con una certa ipocrisia, che un nuovo governo applicasse i diritti civili e umani verso la popolazione.
Ebbene, se tutti questi erano gli obiettivi, nessuno di loro è stato raggiunto e, visto l’andamento del conflitto, non si capisce come potrebbero esserlo in un prossimo futuro. Oggettivamente, qualunque serio e onesto osservatore di politica internazionale e qualunque politico avveduto sapevano che si trattasse di obiettivi irraggiungibili ancora prima che cominciassero i bombardamenti. Obiettivi magari desiderabili, ma impossibili ad ottenersi per almeno due motivi. Il primo dovuto al ferreo controllo che le Guardie Rivoluzionarie hanno sull’economia e sugli armamenti del Paese. Il secondo perché, pur se una parte della popolazione non sopportava più il regime degli Ayatollah, un attacco dall’esterno avrebbe ricompattato (per vari motivi storici e culturali) la stragrande maggioranza dei cittadini attorno al governo nazionale, qualunque esso fosse.
Perché, allora, Israele e Stati Uniti hanno comunque cominciata una guerra che non potevano vincere? La risposta, purtroppo, è nello stesso tempo sconfortante e semplice: per un misto di ignoranza e di malafede. L’ignoranza viene sia da inefficienti (o bugiardi?) servizi segreti che avevano dipinto l’”operazione” come facilmente fattibile e breve nel suo impiego, sia dalla presunzione del Presidente americano che, sopravvalutando sé stesso e le sue intuizioni personali, non ha ritenuto di considerare le giuste osservazioni e gli avvertimenti espressi da chi era più competente di lui. La malafede è soprattutto nel leader israeliano Netanyahu che conosceva la diffidenza contro l’Iran di tutta la popolazione ebraica del suo Paese e aveva bisogno di recuperare un po’ di consenso ma anche, magari, di allontanare a tempo indefinito il processo cui dovrebbe sottoporsi con la sicura sua condanna che ne potrebbe derivare.
Ora è certamente possibile che i negoziati non trovino alcuna vera soluzione e che il conflitto ricominci. Un’invasione di terra sarebbe un massacro per i soldati americani ma Netanyahu potrebbe desiderarlo, indifferente alle conseguenze in termini di spreco di risorse, di vite umane e delle conseguenze terribili per le economie di tutto il mondo. Non è così per Trump. Quest’ultimo vorrebbe uscire il più presto possibile dalla trappola in cui si è trovato, ma non può farlo senza poter comunicare una qualche “vittoria” alla sua opinione pubblica, già pesantemente incattivita per i pessimi risultati economici e per essersi sentita trascinata in una guerra che considerano lontana e del tutto inutile per i propri interessi. Senza contare che la sua campagna elettorale fu basata sulla volontà di non fare più guerre e sulla critica a quelle iniziate da altri Presidenti. Malauguratamente per lui, comunque si chiuda, questa guerra è già persa ma deve trovare il modo di uscirne senza presentarsi formalmente come sconfitto. Va considerato che il tempo gioca a suo sfavore mentre gli iraniani sembrano disposti, anche per altre settimane, ad affrontare nuovi e pesanti sacrifici. Senza contare che, se anche si riuscisse a far cadere il Governo di Tehran, ne nascerebbe una guerra civile con esiti ancora più dannosi per la stabilità medio-orientale e per le economie di tutto il mondo. Come uscirne allora? Di là dalle rodomontiche dichiarazioni di Trump, il pallino è oggi nelle mani dei Pasdaran. Avendo subito una aggressione che ritengono giustamente di non aver provocato, oggi pretendono che gli USA si impegnino a finanziare la ricostruzione di tutti i danni subiti, la firma di un patto permanente di non aggressione, la vendita senza ostacoli del petrolio iraniano e dei suoi derivati e un accordo per la gestione libera dello stretto di Hormuz. Dovrebbe anche essere prevista l’eliminazione della maggior parte delle sanzioni attualmente in vigore e la restituzione del denaro iraniano ancora bloccato presso banche estere. In cambio, Tehran potrebbe accettare di rinunciare per sempre alle armi nucleari e di abbassare tutto il suo stock di uranio arricchito a un massimo di concentrazione del 3/4 percento. Il restante potrebbe essere conferito a un consorzio di cui farebbero parte Cina, Russia, Stati Uniti e i vicini del Golfo Persico eventualmente interessati.
Ovviamente, in ogni negoziazione tutto può essere ri-discusso ma già una soluzione che parta dalla proposta di Tehran riguardo alla questione del nucleare potrebbe salvare la faccia di Trump e consentirgli di vantare una qualche vittoria da vendere alla propria opinione pubblica. Di sicuro Netanyahu farà tutto ciò che gli sarà possibile per far fallire ogni trattativa ma il costo politico ed economico di questa guerra è già troppo gravoso per gli americani e, nonostante le pressioni della lobby israeliana, Trump non può permetterselo.
Per quanto riguarda il Libano e i bombardamenti israeliani la questione è molto diversa. In questo caso solo Israele è direttamente impegnata e quanto sta facendo in totale spregio delle vittime civili e delle distruzioni inutili, corrisponde esattamente a quanto ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Cisgiordania. Anche da Tel Aviv arrivano una spiegazione ufficiale e una (seconda) reale. La giustificazione raccontata è che sia indispensabile distruggere definitivamente le capacità offensive di Hamas e di Hezbollah, due organizzazioni che sono nate espressamente con lo scopo di “far sparire” Israele in quanto Stato. Questa motivazione ha una sua verità poiché è da anni che le due organizzazioni continuano a colpire con missili più o meno dannosi i territori e la popolazione israeliana. Ritenere dunque che i militanti di entrambe siano solo delle vittime è del tutto fuorviante. I bombardamenti e le uccisioni non riguardano però soltanto i guerriglieri ma colpiscono tanti palestinesi innocenti che magari neppure erano (almeno prima di ora) fiancheggiatori di Hamas o di Hezbollah. Come non bastasse, tra le vittime dei bombardamenti in Libano ci sono anche cittadini libanesi che nemmeno sono originari palestinesi e che non hanno nessuna colpa né hanno nutrito sentimenti ostili contro Israele. Qual è la seconda ragione di questa guerra che si affianca alla precedente? È quella che solo una frangia della popolazione israeliana osa pronunciare ad alta voce e che i coloni abusivi mettono in pratica: una pulizia etnica e la realizzazione della Grande Israele! Sembra incredibile che in un Paese che abbiamo sempre definito quale “l’unica democrazia del Medio oriente” si coltivi un tale proposito ma è ancora più incredibile che l’Europa non condanni come inaccettabile e condannabile quel comportamento. Dove sono quei “valori” che continuiamo a definire fondanti della nostra civiltà? Perché applicare sanzioni enormi alla Russia per presunte colpe molto meno catastrofiche e nulla fare verso atteggiamenti criminali eseguiti in barba non solo al “diritto internazionale” ma anche al senso comune? L’idea di “pulizia etnica” è diventata estranea alla nostra cultura perfino per quantità di popolazioni molto più ridotte, come possiamo accettare che la si rivolga contro addirittura milioni di persone che da millenni vivono in quelle zone? Tuttavia, cosa pensano di farne quegli ebrei ultra-nazionalisti religiosi che seguono i dettami del loro libro sacro (Deuteronomio 20:16-17 – Nelle città della terra promessa: “non lascerai in vita nulla che respira”) e vedono Amalek in ogni nemico? Ucciderli tutti? O mandarli altrove? E dove?
Anche se Hamas e Hezbollah fossero distrutti completamente, la verità è che, nell’impossibilità fisica di attuare un genocidio che alcuni fanatici (fortunatamente pochi) auspicano, il problema della convivenza su quelle terre rimarrà irrisolto e nuovi adepti anti-israeliani spunteranno tra la popolazione palestinese. L’unica soluzione vera che porrebbe fine a ogni atto di guerra e di terrorismo sarebbe la co-esistenza dei due Stati: Israele e Palestina, con reciproco riconoscimento e possibili collaborazioni. Purtroppo, oltre a diffusa ostilità tra gli attuali israeliani e tra molti palestinesi verso questa ipotesi, la presenza di almeno 750.000 coloni abusivi che hanno occupato con la violenza terre e abitazioni di palestinesi in Cisgiordania rende quasi impossibile poterlo fare. Quale geografia potrebbe avere uno Stato Palestinese? Qualunque governo a Tel Aviv che volesse provare a ri-trasferire dentro Israele i coloni abusivi pesantemente armati finirebbe con lo scatenare una guerra civile.
Il problema è che tra israeliani e palestinesi nessuno dei due ha tutte le ragioni o tutti i torti e nessuno riesce, purtroppo, a immaginare come risolvere definitivamente la questione.
(*) Già parlamentare, analista geopolitico ed esperto di politica e commercio internazionali
