La guerra di Trump

“Siamo in guerra per conto di Israele”: l’ammissione nero su bianco del Dipartimento di Stato Usa

Il Dipartimento di Stato ha ammesso che gli Stati Uniti sono entrati in guerra contro l’Iran su richiesta di Israele

di Roberto Vivaldelli (*)

Il Dipartimento di Stato americano ha messo nero su bianco ciò che molti sospettavano ma pochi osavano affermare: gli Stati Uniti sono entrati in guerra contro l’Iran su richiesta di Israele. L’ammissione, contenuta in un memorandum ufficiale pubblicato il 24 aprile, ha scoperchiato il vaso di Pandora, smentendo selettivamente la narrativa ufficiale della Casa Bianca e innescando un vivace dibattito sulle reali ragioni dell’operazione Epic Fury. No, non c’entrano le «donne iraniane», la minaccia nucleare, la democrazia: gli Stati Uniti sono entrati in guerra per tutelare gli interessi di Tel Aviv e ora è lo stesso Dipartimento di Stato Usa ad ammetterlo.

 

A distanza di quasi due mesi dall’inizio dei bombardamenti (28 febbraio), il consigliere legale del Dipartimento di Stato, Reed Rubinstein, ha firmato un documento intitolato “Operazione Epic Fury e Diritto Internazionale”, in cui si legge una frase che pesa come un macigno: gli Stati Uniti sono impegnati nel conflitto «su richiesta e per la legittima difesa collettiva del nostro alleato israeliano, nonché nell’esercizio del diritto naturale degli Stati Uniti all’autodifesa».

L’ammissione di Rubio: «Sapevamo che Israele avrebbe colpito»

L’ombra di Israele aleggiava sull’operazione già dal primo week-end di guerra. Già il 3 marzo scorso, il segretario di Stato Marco Rubio aveva rilasciato dichiarazioni che, seppur prontamente ridimensionate dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, suonavano come un’implicita conferma della teoria secondo cui Washington si è fatta trascinare nel conflitto per volontà di Israele.

 

«Noi sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana, sapevamo che questo avrebbe precipitato un attacco contro le forze americane», aveva detto Rubio ai giornalisti, aggiungendo che sarebbe stato necessario colpire per primi per evitare vittime tra i soldati Usa. Dopo una successiva domanda volta a chiarire se gli Stati Uniti avessero dovuto colpire l’Iran a causa dei piani israeliani, il Segretario di Stato aveva risposto un secco «no», sostenendo che l’operazione era comunque necessaria perché l’Iran stava per superare la cosiddetta «linea rossa» nel suo programma.

Le contraddizioni nelle versioni Usa

A rendere ancora più scottante la doccia fredda del Dipartimento di Stato è il netto contrasto con le ripetute smentite di Donald Trump. Il presidente, che ha sempre rivendicato l’indipendenza della decisione di attaccare l’Iran, ha più volte postato su Truth Social che «Israele non mi ha mai convinto ad andare in guerra contro l’Iran».

 

Tuttavia, secondo la ricostruzione del New York Times, l’ingresso americano nel conflitto fu deciso dopo un vertice nella Situation Room della Casa Bianca l’11 febbraio 2026, a cui parteciparono Trump, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e alti funzionari di entrambi i Paesi. In quell’occasione, Netanyahu avrebbe esercitato pressioni dirette, tanto che alcuni comandanti americani avrebbero giudicato “farseschi» alcuni aspetti del suo piano d’attacco. Ma Trump, ormai convinto, procedette ugualmente.

 

Dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, nell’ottobre 2023, gli Stati Uniti hanno stanziato 21,7 miliardi di dollari in aiuti militari a Israele, secondo i dati del progetto Costs of War della Brown University. Israele rimane inoltre il maggiore beneficiario degli aiuti esteri statunitensi dalla sua fondazione nel 1948, avendo ricevuto complessivamente oltre 300 miliardi di dollari (in valore nominale) di assistenza economica e militare.

 

Per non parlare dei costi da capogiro dell’operazione militare. Come riportato da Davide Ragnolini su InsideOver, con la conclusione della sesta settimana dell’Operazione e l’ingresso in un periodo di cessate il fuoco di due settimane, il costo incrementale sostenuto dagli Usa sarebbe stimato tra i 25 e i 35 miliardi di dollari.

(*) Art. 21

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