Sono sbarcate a Marina di Massa le 58 persone salvate da Open Arms nel Mediterraneo Centrale durante la 126esima missione dell’organizzazione. Lo rende noto la ong ricordando che la nave ha attraccato alle 21 di ieri alla banchina Buscaiol del porto. A bordo 58 persone – provenienti da Eritrea, Sudan, Somalia, Egitto e Bangladesh – soccorse il 3 giugno. Tra loro, 24 sono minori non accompagnati. Le persone soccorse – ricostruisce la ong – erano partite da Al-Khums, in Libia, a bordo di un’imbarcazione in fibra gravemente sovraffollata, priva di dispositivi di salvataggio e di adeguate attrezzature per la navigazione. Al momento del soccorso si trovavano in mare da oltre 24 ore. “Nonostante la tempestiva messa in sicurezza da parte dell’equipaggio di Open Arms, le 58 persone hanno dovuto affrontare ulteriori tre giorni di navigazione prima di poter raggiungere il porto assegnato dalle autorità italiane. Marina di Carrara si trova infatti a circa tre giorni di navigazione dall’area in cui è stato effettuato il soccorso”, si legge in una nota della ong. “Il raggiungimento di un porto così lontano ha ripercussioni concrete non solo sull’efficacia delle attività di soccorso, ma soprattutto sulle persone salvate. Sebbene a bordo della nave le persone siano accolte in condizioni di sicurezza, assistite dal personale medico e dall’equipaggio, il prolungamento della permanenza in mare comporta un inevitabile aggravio psicologico per persone che arrivano già profondamente segnate da esperienze traumatiche”, prosegue Open Arms. “Molti dei naufraghi soccorsi hanno infatti raccontato di essere stati detenuti arbitrariamente in Libia, vittime di violenze, estorsioni e torture. Tra loro un giovane proveniente dal Bangladesh ha raccontato di essere arrivato in Libia per lavorare e di essere stato successivamente arrestato, venduto a gruppi criminali e sottoposto a torture per ottenere denaro dalla famiglia. Dopo essere riuscito a pagare il proprio rilascio, è stato nuovamente catturato e consegnato ai trafficanti, che hanno continuato a estorcergli denaro attraverso violenze e sequestri. Per finanziare il proprio viaggio verso l’Europa, la sua famiglia ha dovuto vendere la casa di proprietà”, conclude la nota.
