di Michele Rutigliano
Doveva essere il grande giorno di Roberto Vannacci a Cernobbio. La consacrazione nel salotto dell’establishment economico e politico italiano, l’occasione per dimostrare di essere ormai un interlocutore credibile anche fuori dal recinto della destra radicale. È diventato, invece, il confronto fra due idee profondamente diverse dell’Italia, dell’Europa e della democrazia. Da una parte l’ex generale e leader di Futuro Nazionale, arrivato al Forum per sostenere una nuova Europa fondata sulla sovranità degli Stati, sulla centralità dell’interesse nazionale e sulla difesa dell’identità italiana. Dall’altra Mario Monti, europeista convinto, che ha scelto di affrontare Vannacci non sul terreno dello scontro politico quotidiano, ma su quello della storia, della cultura politica e dei principi costituzionali. Vannacci ha difeso l’unanimità nel processo decisionale europeo come garanzia per gli Stati nazionali e ha contrapposto al progetto di “ReArm Europe” l’idea di una “ReBorn Europe”. Monti gli ha risposto mettendo in discussione proprio quella concezione dell’interesse nazionale che, quando diventa assoluta, rischia di trasformare l’Europa da progetto comune in una semplice somma di egoismi nazionali.
Quando il nazionalismo diventa identità contro gli altri
È qui che il confronto di Cernobbio assume un significato che va ben oltre Vannacci e Monti. Il programma di Futuro Nazionale si definisce esplicitamente “patriottico e identitario”, radicato nella tradizione romana e cristiana e orientato a fare della Nazione il principale spazio di appartenenza politica. Fin qui siamo nel terreno, legittimo, delle diverse culture della destra democratica. Ma alcune proposte vanno molto più avanti. Sul tema dell’immigrazione il programma introduce il criterio della cosiddetta “compatibilità culturale”: per gli ingressi legati al lavoro viene indicata una preferenza per Paesi a maggioranza cristiana, mentre il documento parla di una “invasione maomettana di massa”. Per ottenere la cittadinanza vengono inoltre richiesti vent’anni di permanenza regolare, la conoscenza dell’italiano a livello C1 e una dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana. Non è dunque soltanto una politica restrittiva dell’immigrazione. È una concezione dell’identità nazionale nella quale l’appartenenza culturale e religiosa rischia di diventare criterio di selezione fra chi può essere considerato pienamente parte della comunità nazionale e chi no. È questo il punto sul quale le parole di Monti acquistano un peso particolare. Lo stesso programma propone inoltre la famiglia “naturale”, il cosiddetto “patriarcato mediterraneo”, il superamento del reato di femminicidio, il rifiuto dello ius soli e dello ius scholae, il contrasto ai contenuti definiti “genderisti” e omosessuali nelle trasmissioni televisive e il no alle unioni civili.
La memoria del Novecento e il confine della democrazia
Monti non ha accusato Vannacci di voler ricostituire il fascismo storico. La sua argomentazione è stata più sottile e, proprio per questo, più inquietante: il fascismo può tornare non necessariamente nelle forme del Ventennio, ma attraverso una ricostruzione della sua cultura politica, della sua retorica, della sua psicologia collettiva. “Non vedo in lei la ricostituzione del Partito fascista”, ha detto Monti, “ma un aspetto del fascismo, il più insidioso, è già in atto”. E ha individuato questo elemento nella rappresentazione di una presunta superiorità italiana e nella trasformazione dell’identità nazionale in uno strumento politico. È una distinzione fondamentale. Il fascismo storico appartiene alla storia italiana e non può essere semplicemente sovrapposto a ogni forza politica nazionalista. Ma il Novecento ci ha insegnato che il nazionalismo esasperato, la discriminazione dell’altro, il culto dell’identità, il disprezzo delle mediazioni democratiche e la subordinazione dei diritti individuali alla ragion di Stato possono diventare, insieme, un terreno pericoloso. Per questo, la frase di Monti — “amo troppo il mio Paese per essere nazionalista” — non è una semplice battuta polemica. È una diversa idea di patriottismo. Quella secondo cui amare l’Italia significa renderla più forte dentro l’Europa, non contro l’Europa; difendere la sua identità senza trasformarla in superiorità; proteggere i cittadini senza costruire nuovi cittadini di serie A e di serie B. E quando Monti richiama Camus e Mitterrand — “le nationalisme c’est la guerre” — il suo messaggio è rivolto soprattutto al futuro. L’Europa è nata dalle macerie del nazionalismo novecentesco. La democrazia italiana è nata dalla sconfitta del fascismo. La Costituzione è nata per impedire che la forza dello Stato possa prevalere sui diritti della persona. È questo, in definitiva, il vero confronto di Cernobbio. Non semplicemente Monti contro Vannacci. Ma due idee dell’Italia che verrà: una nazione chiusa nella difesa della propria identità, oppure una nazione consapevole della propria storia e proprio per questo capace di vivere dentro una democrazia europea, pluralista e pacifica. La questione non è essere estimatori di Mario Monti. L’aspetto più importante del ragionamento dell’ex Presidente del Consiglio è riconoscere che la democrazia non si difende soltanto quando il fascismo ritorna con i simboli del passato. Si difende soprattutto quando qualcuno prova a riproporne, adattandoli al presente, i meccanismi culturali più profondi che, purtroppo, al loro primo manifestarsi, non vengono percepiti nella loro dimensione subdola e pericolosa.
