“Futuro? Se qualcuno dovesse chiedere di cantare Gimme Five, io lo farei subito. Quel tipo lì, quel Jovanotti è ancora vivo dentro di me, sta da qualche parte a sognare, a ballare, a divertirsi. Non so se sia giusto o sbagliato. So che noi siamo la somma di tutta la vita che abbiamo vissuto. Forse, alla fine, è questa la cosa bella di invecchiare: a sessant’anni hai dentro di te la moltitudine che sei stato. Il cinquantenne che eri, il quarantenne che eri e anche il trentenne che sei stato. Quando ne hai venti, sei solo uno che ha vent’anni”. Così Jovanotti nel corso di una lunga intervista a Vanity Fair. Sui suoi prossimi sessant’anni. “Io non festeggio mai fuori dal lavoro. Perché il mio lavoro è fare festa. I quarant’anni li ho festeggiati con Teresa e Francesca a Tokyo. I cinquant’anni a Parigi. Vede, fare una festa, creare una festa è una cosa seria. La festa è una teoria del mondo, in una festa fai vivere un mondo teorico. La festa è una compressione della vita. E la festa, come ogni teoria, condiziona la realtà”, ha detto. Sull’invecchiare. “È una rottura. E non c’è niente di bello. A parte il fatto di avere uno sguardo più sollevato rispetto alla collina della vita. Quello sguardo è bello. È come aver visto tutto tre volte. I pantaloni che si allargano, che si stringono e che poi si allargano di nuovo. Le giacche strette, ampie e poi strette ancora. Quello che va, che ritorna e che va via ancora è una metafora di tante cose. Oggi mi sorprendo a vedere mia figlia che indossa i look che mettevo negli anni Novanta. Però, posso dirlo? Quanto mi rompe i coglioni metterci così tanto a recuperare dopo un concerto?”, ha ammesso. Su Bad Bunny, sua figlia e Sanremo. “Bad Bunny mi piace anche per un complimento bellissimo che mi ha fatto mia figlia: che quello che ha fatto al Super Bowl somiglia alle mie cose. Un complimento così mi gratificherà per tutta la vita. Io a Sanremo volevo fare proprio quella cosa lì. Volevo che in tutti i bar della città suonassero L’ombelico del mondo. E poi volevo mille batteristi ed entrare all’Ariston spaziando da Bollywood alla salsa, dal punk alle consolle dei dj. Invece oggi le case discografiche non hanno più una lira e ci siamo arrangiati con quello che siamo riusciti a fare. Oh, è stato bello lo stesso, eh!”, ha detto Jovanotti. Su ciò che ancora lo emoziona. “Mi hanno emozionato i giovani atleti alle Olimpiadi. Le loro lacrime. Le loro vittorie. Sapere la loro lotta invisibile per quattro anni finire in dieci secondi sul podio. E poi mi hanno commosso i ragazzi scesi in piazza a Teheran. Ma se l’immagina quanto è pericoloso rischiare la vita, la tortura, la morte? Che potenza c’è in quel coraggio, in quella vitalità”, ha detto. Infine sul futuro. “Se qualcuno dovesse chiedere di cantare ‘Gimme Five’, io lo farei subito. Quel tipo lì, quel Jovanotti è ancora vivo dentro di me, sta da qualche parte a sognare, a ballare, a divertirsi. Non so se sia giusto o sbagliato. So che noi siamo la somma di tutta la vita che abbiamo vissuto. Forse, alla fine, è questa la cosa bella di invecchiare: a sessant’anni hai dentro di te la moltitudine che sei stato. Il cinquantenne che eri, il quarantenne che eri e anche il trentenne che sei stato. Quando ne hai venti, sei solo uno che ha vent’anni”, ha concluso.
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