di Laura Pirone (*)
Un colpo partito per errore, rimasto nella canna della pistola utilizzata poco prima in una sparatoria tra clan camorra contrapposti. L’arma agitata per mostrare ‘come si spara’ e il colpo che parte, colpendo fatalmente al petto un 20enne. “Uà mi ha colpito”, le parole pronunciate poco prima di morire dalla vittima. Fabio Ascione è morto così all’alba del 7 aprile poco distante da casa sua, nel quartiere Ponticelli, Napoli est. Nella notte tra lunedì e martedì, su disposizione della Dda di Napoli e della procure per i Minorenni, i carabinieri hanno eseguito due decreti di fermo a carico di due giovani, uno di 23, l’altro di 17 anni, accusati rispettivamente di omicidio, porto e detenzione di armi, porto e detenzione illegale di armi e di pubblica intimidazione con uso di armi in concorso. Per entrambi, i reati sono aggravati dal metodo mafioso.
Il 23enne, Francesco Pio Autero, insieme con il 17enne, nipote di un elemento di spicco del clan De Micco, aveva preso parte, poco prima dell’omicidio, a una sparatoria tra clan rivali. Le indagini si sono avvalse delle immagini delle telecamere di sorveglianza del bar Lively e in una delle inquadrature, come si legge nel decreto di fermo di cui LaPresse ha preso visione, si vede Autiero che scarrella una pistola. Successivamente, in viale Carlo Miranda, è iniziato un conflitto a fuoco reciproco tra lo scooter sul quale viaggiava Autiero in compagnia di un 17enne e un’auto di colore scuro, presumibilmente di grossa cilindrata. Nel momento in cui i due veicoli si incrociano, dalle immagini si notano le “scintille/ritorno di fiamma” causate dai colpi di arma da fuoco, provocate dai passeggeri dei due veicoli.
Dopo la sparatoria, Autiero ha raggiunto il 20enne colpito da un colpo d’arma da fuoco esploso per errore mentre era nei pressi dei campetti di Via Rossi Doria. L’omicidio, dunque, non sarebbe avvenuto al bar Lively, dove la vittima si era recata per fare colazione al ritorno dal lavoro. Nei pressi del bar era avvenuto uno scontro a fuoco tra alcune persone appartenenti al gruppo Veneruso-Rea di Volla, comune confinante con Ponticelli.
Un muro di omertà quello che gli investigatori si sono trovati davanti nelle indagini sulla morte di Ascione, ammazzato a 20 anni da un colpo rimasto in canna e partito per errore. Secondo quanto si legge nel decreto di fermo di Autiero, che si è consegnato ai carabinieri e di cui LaPresse ha preso visione, “per rompere il muro di omertà innalzato dagli altri” che erano stati sentiti dagli inquirenti, sono state “determinanti” le dichiarazioni di due persone informate dei fatti.
Le dichiarazioni di due delle persone ascoltate trovano riscontro anche nel “contenuto di alcune conversazioni” che “ben si conciliano con la ricostruzione dei fatti” già effettuata attraverso l’analisi delle immagini di videosorveglianza. Le stesse dichiarazioni, inoltre, sono “assolutamente compatibili” con la ricostruzione dei fatti resa da un uomo che è nipote di un affiliato del clan De Micco.
(*) La Presse
