Cronaca

Non c’è supplizio più grande che essere colpevoli solo di amare. Il dramma di Montalto di Castro

di Riccardo Bizzarri (*)

Con queste parole, che avrebbero potuto uscire dalla penna di Victor Hugo, possiamo forse tentare di accostarci al senso profondo di ciò che sta accadendo: la tragedia privata di una famiglia che si trasforma in un’umiliazione pubblica, nel gelo impersonale della burocrazia giudiziaria.

Riccardo Boni è morto a 17 anni, sepolto vivo sotto la sabbia della spiaggia di Montalto, inghiottito da una buca che lui stesso aveva scavato. Una morte che non ha senso. Una morte da restare senza fiato, senza voce, senza risposte. E in quel silenzio assordante, la giustizia, che dovrebbe portare conforto e verità, decide di bussare alla porta del padre. Non con empatia, non con parole, ma con un’indagine.

Il padre è indagato. Per omicidio colposo.

Perché? Non perché abbia sbagliato. Non perché qualcuno lo accusi. Ma per un “atto dovuto”.

Un atto dovuto, si legge. Una formula glaciale.
Come se il dolore, per essere convalidato, dovesse prima passare attraverso il tritacarne della formalità legale. Come se un padre che ha appena perso il figlio dovesse anche difendersi, giustificarsi, firmare carte, comparire davanti a estranei con cravatte e timbri, mentre dentro urla. Mentre dentro muore.

Siamo diventati ciechi. Abbiamo smarrito la misura del sacro, del rispetto. Dov’è finito il buon senso, il pudore delle istituzioni davanti al lutto?

La Procura di Civitavecchia si affretta a precisare: “Nessun sospetto su di lui”. E allora perché?
Perché questa crudele parodia di giustizia che colpisce chi è già piegato?
Siamo forse in un mondo kafkiano, in cui ogni cittadino è potenzialmente colpevole per il solo fatto di esistere? È questo lo Stato di diritto che difendiamo?

Riccardo Boni non c’è più. Ma oggi, nel nome di una procedura vuota, fredda, burocratica, è anche il padre ad essere seppellito: non dalla sabbia, ma dall’ombra del sospetto, dalla gogna pubblica, dal dolore amplificato dalla macchina giudiziaria.

Chi infierisce sul dolore di un padre, cosa distrugge?
L’umanità, forse. Il confine tra legge e giustizia.

No, non possiamo accettare che questa sia la normalità. Non possiamo rassegnarci a un sistema che, nel suo zelo formale, diventa disumano. È tempo di interrogarsi seriamente su cosa significhi “atto dovuto” in Italia.
Perché se la legge non sa distinguere tra giustizia e ferocia, allora siamo tutti in pericolo.

Oggi è toccato a lui.
Domani, potrebbe toccare a chiunque ami.

“La legge è fatta per l’uomo, non l’uomo per la legge.” Gesù di Nazareth (Mc 2,27)

Chi ha orecchie per intendere, intenda.

 

(*) Giornalista

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