Primo piano

Non è colpa di Spalletti. L’economia e la nazionale di calcio

di Antonino Galloni

Fino a pochi decenni fa, l’ideale di un calciatore (italiano) risultava essere quello di venire selezionato per la nazionale.

Cosa è successo in questo lasso di tempo? Ovvero: come e perché la squadra di club è divenuta più importante, fino al punto di spingere grandi campioni (uno dei primi esempi fu Francesco Totti) a rinunciare o rifiutare una convocazione in detta Nazionale?

Innanzitutto, c’è stata la liberalizzazione dei contratti, ovvero: da nessuno straniero (specie extracomunitario) si è via via passati ad eliminare qualsiasi limite. Anche il calcio, insomma, ha imitato l’aspetto peggiore della globalizzazione, importando un numero illimitato di giocatori stranieri; è successo, quindi, che molti dei più blasonati club italiani hanno cominciato a schierare in prima squadra solo uno o due Italiani, in vari casi nessuno.

Il giovane di talento, quindi, se non è scappato – a sua volta – all’estero, si è trovato fuori squadra o, nella migliore delle ipotesi, in panchina.

Chi ha giocato, quindi, per un banale calcolo delle probabilità, ha avuto maggiori possibilità di contribuire con un infortunio, ad una sorta di selezione al contrario, ovvero verso il basso (perché, in Nazionale, non potevano essere presenti gli stranieri, pur con la eccezione degli “oriundi”).

Il giocatore di oggi e da qualche tempo a questa parte, deve tenere, prima di tutto, ad un club importante che gli dà più visibilità, opportunità (le varie, importantissime coppe, riservata ai club stessi) e denari.

Salvo eccezioni – che pur ci sono state e su cui si dovrebbe contare per costruire una squadra Nazionale degna di questo nome – le Nazionali e i campionati ad esse riservati, soprattutto nelle fasi eliminatorie e preparatorie, risultavano meno importanti di altre occasioni.

Bisogna investire di più sui vivai giovanili oltre a cercare talenti all’estero da valorizzare e poi rivendere?

Certamente; ma bisogna anche trovare il modo – a parità di rendimento sportivo per la squadra – di far crescere il numero dei titolari autoctoni, allo scopo di ridurre le probabilità degli infortuni (e dell’eccesso di stress da prestazioni) a carico dei troppo pochi giocatori non stranieri.

Oppure si possono ipotizzare anche strategie del tutto alternative a quello che sono state le Nazionali dopo la seconda guerra mondiale.

Tre sono gli indirizzi possibili.

La prima. Individuare una squadra di club che rappresenti la Nazionale (con gli innesti corrispondenti ai posti occupati da stranieri): ipotesi fantasiosa e ben poco realistica.

La seconda. Selezionare un certo gruppo di giocatori che, adeguatamente remunerati e premiati, operi esclusivamente per la Nazionale: sottraendoli ai club di appartenenza e utilizzandoli in vista di un determinato evento o stagione (prestito dal club di appartenenza).

La terza. Accettare il declassamento dei campionati per Nazionali anche, addirittura, prevedendo regimi simili a quelli olimpici (non professionisti od un numero limitato di essi, barriere per età, ecc.)

In alcuni sport, come il tennis, sono stati fatti investimenti mirati e intelligenti che hanno dato ottimi risultati e, senza intraprendere una delle strade accennate in questo articolo, il declino della o delle Nazionali sembra inevitabile.

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