Politica

Oltre Maastricht, la spinta dell’Italia per una nuova Europa

 

di Michele Rutigliano (*)

L’Unione europea così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni nasce da una grande intuizione politica, ma anche da un compromesso incompiuto. Maastricht ha costruito un mercato e una moneta, senza dotarli di un vero potere politico comune. Oggi quel modello mostra tutti i suoi limiti. In un mondo segnato dal ritorno della forza, delle grandi potenze continentali e delle catene del valore globali, l’Europa dei soli trattati rischia di restare un gigante economico ma un nano geopolitico. Il sovranismo nazionale, presentato come risposta rassicurante alle paure collettive, non offre soluzioni reali. Nessun Paese europeo, tanto meno l’Italia, è in grado di reggere da solo la competizione globale su difesa, energia, tecnologia e sicurezza. La frammentazione non protegge: ci espone inevitabilmente a nuovi pericoli. E per un Paese come l’Italia, collocato al centro del Mediterraneo, questa debolezza si traduce in una vulnerabilità strutturale che limita la crescita,  l’autonomia e  la nostra capacità di iniziativa.

I rapporti di Draghi e Letta: la Nuova Europa come scelta obbligata

È da questa consapevolezza che muovono i rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta. Due documenti che non propongono un’Europa ideologica, ma un’Europa necessaria. Draghi individua con chiarezza il nodo della competitività: senza investimenti comuni, una vera politica industriale europea, una difesa integrata e strumenti finanziari condivisi, l’Unione è destinata a perdere terreno rispetto a Stati Uniti e Asia. Letta, dal canto suo, insiste sulla necessità di superare le frammentazioni del mercato unico e di attribuire all’Europa nuove competenze strategiche, capaci di trasformare l’integrazione economica in potere politico. Entrambi convergono su un punto decisivo: la Nuova Europa non può limitarsi a coordinare gli Stati, deve decidere. La sovranità, nel XXI secolo, non coincide più con l’autosufficienza nazionale, ma con la capacità di agire su scala continentale. Difesa, energia, tecnologia e gestione delle migrazioni non sono ambiti negoziabili che possono procedere a ventisette velocità.

Il Mediterraneo allargato e il Mezzogiorno come baricentro europeo

In questa prospettiva, il nostro Mezzogiorno assume un valore strategico che va ben oltre la tradizionale retorica dello sviluppo. Il Sud è il naturale punto di connessione tra Europa, Africa e Medio Oriente, al centro di quello che viene ormai definito Mediterraneo allargato. Uno spazio geopolitico cruciale per sicurezza energetica, rotte commerciali, stabilità regionale e gestione dei flussi migratori. Qui si incrociano le grandi sfide del nostro tempo, dall’approvvigionamento di gas e rinnovabili alle crisi politiche del Nord Africa, fino alla competizione tra potenze globali per l’influenza nell’area. Senza una visione europea, il Mezzogiorno resta una frontiera esposta e fragile; con una strategia comune,invece, può diventare una piattaforma avanzata dell’Europa nel Mediterraneo. Difesa delle rotte marittime, controllo coordinato delle frontiere esterne, accordi strutturali con i Paesi di origine dei flussi migratori, investimenti infrastrutturali e logistici nel Sud non sono capitoli separati, ma parti di un’unica politica europea. Oltre Maastricht significa esattamente questo: superare l’Europa dei vincoli per costruire l’Europa delle scelte. Per l’Italia e per il nostro Mezzogiorno non è una rinuncia all’identità nazionale, ma l’unico modo per contare davvero nel XXI secolo. L’alternativa è restare un grande mercato senza potere e sempre più esposto alle decisioni altrui. Ecco perché la Nuova Europa non è più un sogno federalista.  Per noi italiani e per tutti i popoli del nostro continente è qualcosa in più: è un traguardo ambizioso ma non impossibile che in questo terzo millennio la Storia ci impone.

(*) Giornalista

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