di Emilio Orlando
Dopo sette anni dall’esecuzione che scosse la Capitale, l’omicidio di Fabrizio Piscitelli, l’ex capo degli Irriducibili della Lazio conosciuto come “Diabolik”, resta un delitto senza colpevoli definitivi e con molti interrogativi ancora aperti. Il presunto killer, Raul Esteban Calderon, alias Gustavo Alejandro Musumeci, è stato assolto dalla Corte d’Assise d’Appello di Roma, mentre i mandanti non sono stati ancora assicurati alla giustizia. A rendere attuale il caso sono le motivazioni con cui i giudici hanno spiegato perché, l’8 maggio scorso, hanno ribaltato la condanna di primo grado, ritenendo che le prove raccolte contro l’imputato fossero insufficienti per superare il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio. Nelle oltre cento pagine a luglio, i giudici di secondo grado ricostruiscono i motivi dell’assoluzione, evidenziando come il quadro probatorio non fosse sufficientemente solido per sostenere una condanna. Secondo i magistrati, gli elementi raccolti nel corso delle indagini e del dibattimento risultano “pochi e tutti controversi” e non consentono di attribuire con certezza a Calderon il ruolo di esecutore materiale dell’agguato avvenuto il 7 agosto 2019 al Parco degli Acquedotti. Una valutazione che ha accolto in larga parte le contestazioni avanzate dalla difesa, rappresentata dagli avvocati Giandomenico Caiazza ed Eleonora Nicla Moiraghi, che avevano messo in discussione la consistenza dell’impianto accusatorio, e la veridicità delle testimonianze, gli accertamenti balistici e antropometrici e anche il ricorso, nella sentenza di primo grado, a considerazioni sui presunti mandanti dell’omicidio, estranei a quel processo. Tra i passaggi più carismatici delle motivazioni c’è quello dedicato a Rita Bussone, ex compagna dell’imputato e principale teste dell’accusa. Per i giudici le sue dichiarazioni sono segnate da numerose incongruenze tra quanto riferito agli investigatori e quanto dichiarato successivamente in aula. La Corte osserva che “la credibilità della donna ne viene irrimediabilmente minata” e che la sua valutazione “è destinata ad essere tendenzialmente negativa”. Inoltre, Bussone non avrebbe mai raccolto una confessione diretta da Calderon, ma avrebbe maturato il convincimento della sua responsabilità sulla base di deduzioni personali, legate alla scomparsa di alcune armi e alla presunta disponibilità di denaro. Dubbi vengono espressi anche sugli accertamenti scientifici. La consulenza balistica, relativa al confronto tra il bossolo rinvenuto sul luogo dell’agguato e una cartuccia collegata alla rapina alla gioielleria Mangiucca, ha restituito un risultato classificato di livello “C”, ritenuto non conclusivo. Per la Corte, l’ipotesi che la pistola utilizzata per uccidere Piscitelli fosse la stessa sottratta durante quella rapina può essere anche plausibile, ma non dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio. Analoga valutazione riguarda la consulenza antropometrica effettuata sulle immagini delle telecamere di videosorveglianza. Secondo i magistrati, la qualità dei filmati non consente un’identificazione sufficientemente affidabile dell’uomo ripreso mentre si allontanava dal Parco degli Acquedotti subito dopo l’agguato. Un limite che, scrivono i giudici, “mina la tenuta del ragionamento inferenziale posto a fondamento dell’affermazione di responsabilità dell’imputato”. Nella sentenza inoltre, viene sottolineato che il processo riguardava esclusivamente la posizione di Calderon quale presunto esecutore materiale, mentre la sentenza di primo grado aveva dedicato ampio spazio alla ricostruzione del movente e all’individuazione dei possibili mandanti, facendo riferimento anche a soggetti già destinatari di archiviazioni o di rigetti delle richieste cautelari.
(*) La Presse
