“La decisione della Corte Costituzionale di confermare il meccanismo del payback – imposto alle imprese produttrici di dispositivi medici erogati alle strutture sanitarie sulle cifre eccedenti i tetti di spesa – avrà come conseguenza il fallimento di migliaia di imprese, soprattutto quelle medio-piccole, che saranno costrette a pagare le inefficienze della pubblica amministrazione”. Lo dichiara il Presidente di Confapi, Cristian Camisa. “Si è arrivati a questo punto – aggiunge – dopo anni di inerzia da parte dei Governi che hanno sempre presentato proposte inique e inaccettabili. Ora sulle imprese fornitrici ricadranno le eccedenze non programmabili delle sanità regionali senza contare che se dovessero fallire le aziende sottoposte al payback non sarebbero più disponibili negli ospedali anche i più semplici i dispositivi medici”. “Come Confapi – conclude Camisa – ribadiamo il nostro appello al Governo di intervenire con urgenza per risolvere definitivamente una situazione surreale in cui le imprese sono costrette a pagare per errori altrui”. Ma non è solo Confapi a porre il problema e a denunciare i rischi. “La Corte Costituzionale (con sentenza n. 140/2024) ha respinto le questioni di legittimità costituzionale, sollevate, a suo tempo, dal Tar del Lazio, sulla normativa relativa al payback dispositivi medici. Questioni che a loro volta erano state sollecitate dalle imprese del settore. Siamo esterrefatti di fronte ad una decisione del genere, che reputiamo assurda e che legittima, di fatto, una normativa che, con un artifizio, accollerà i debiti pubblici alle aziende private”. Lo dichiara, in una nota, Gennaro Broya de Lucia, presidente di Pmi Sanità, l’associazione nazionale delle piccole e medie imprese impegnate a rifornire gli ospedali del materiale necessario alla diagnosi ed alle cure. La Consulta, aggiunge Broya de Lucia: “ha definito il payback come un ‘contributo di solidarietà’ senza però comprendere che con l’applicazione di tale dispositivo migliaia di micro, piccole e medie imprese finiranno sul lastrico con gravi ricadute sul Servizio Sanitario Nazionale stesso”. Da qui la richiesta di Pmi Sanità al governo “di convocare, in tempi brevi, un tavolo di crisi per l’imminente rischio fallimento per oltre 2.000 aziende italiane con la perdita di circa 200mila posti di lavoro” conclude Broya de Lucia. C’è poi da dire di uno studio di Nomisma sanità e della presa di posizione di Fifa, la Federazione di filiera della Confcommercio: “La sentenza della Consulta ci lascia sbigottiti – dichiara Sveva Belviso, presidente di FIFO Sanità Confcommercio – Gli errori della classe politica non dovrebbero mai ricadere su imprese e lavoratori: il payback genererà una crisi senza precedenti da un punto di vista economico, occupazionale e sanitario. Secondo lo studio Nomisma commissionato da FIFO Sanità, rischiano il fallimento oltre 1400 aziende e il licenziamento 190mila addetti ai lavori. Verrà meno una gran parte della fornitura agli ospedali di dispositivi medici anche salvavita come stent, valvole cardiache e quant’altro. Ci chiediamo come il personale sanitario riuscirà a garantire le regolari cure ai cittadini negli ospedali”. “È urgente un confronto con il Governo Meloni per risolvere una situazione che sta precipitando. Da anni, ancor prima dell’uscita dei decreti attuativi del Governo Draghi, abbiamo chiesto con forza l’istituzione di tavoli tecnici per definire una strategia di superamento del payback, ma, nonostante i nostri sforzi sia a livello nazionale che regionale, nessuna parte politica ha preso seriamente in considerazione l’emergenza del nostro settore”. “Oggi – conclude la presidente Belviso – si chiedono 1.2 miliardi alle imprese su bilanci già chiusi in forma retroattiva per gli sforamenti delle Regioni maturati fino al 2018 e altri miliardi per gli anni successivi. Ci sono aziende che hanno un payback di oltre il 100% del proprio fatturato: l’unica soluzione per queste sarà portare i libri in tribunale, lasciare a casa migliaia di lavoratori con gravi danni per le forniture di dispositivi medici agli ospedali. Non ci fermeremo, perché non abbiamo alternative. Per questo, qualora le Istituzioni continuassero ad ignorarci, valuteremo nell’immediato con i vertici della Federazione, le imprese e i nostri legali un’interruzione delle forniture di dispositivi medici a livello nazionale”.
