di Viola Scipioni
Non è un’estate facile per il Partito Democratico. Al Nazareno si respira un’aria di crescente inquietudine, tra vicende giudiziarie, crisi politiche locali e alleanze fragili. Elly Schlein, segretaria del partito, si trova stretta tra il caso Milano, le tensioni con i fedelissimi e una sinistra che fatica a costruire una strategia coerente in vista delle prossime elezioni regionali e politiche.
L’inchiesta della procura milanese ha aperto un nuovo fronte di instabilità. Non è solo un tema giudiziario: è una scossa sistemica che travolge logiche politiche, mette in discussione un intero modello urbano e spacca le alleanze. Il Pd, stretto tra la richiesta di garantismo e l’impulso giustizialista del Movimento 5 Stelle, deve camminare sul filo. E il silenzio, quello della borghesia milanese, degli imprenditori, dei professionisti che hanno beneficiato dello sviluppo della città, pesa come un macigno. Il rischio, ora, è che a rimanere schiacciato sia proprio il partito di Schlein, incapace di prendere una posizione netta senza perdere pezzi di consenso.
A peggiorare il quadro ci sono le tensioni interne. Schlein ha delegato a Taruffi, Furfaro, Ruotolo e Sarracino la gestione dei casi Giani e De Luca in Toscana e Campania, ma i “cacicchi” locali hanno vinto ancora una volta. Risultato: la segretaria si è dovuta esporre in prima persona, senza però ottenere risultati brillanti. E il malumore cresce, alimentato anche dal commissariamento della federazione Pd di Pisa, che ha fatto infuriare la corrente riformista vicina a Lorenzo Guerini. Un’operazione letta da molti come “pulizia politica” interna più che come scelta strategica.
Come se non bastasse, all’orizzonte si profila l’offensiva della premier Giorgia Meloni. Il progetto di una nuova legge elettorale, con un possibile premio di maggioranza e l’indicazione diretta del premier, mette in allarme il centrosinistra. Il Pd teme di trovarsi ancora una volta senza alleati affidabili. I 5 Stelle appoggerebbero mai Schlein a Palazzo Chigi? Dubbi leciti, che indeboliscono l’ipotesi di un campo largo e rafforzano, paradossalmente, l’asse Meloni-Calenda.
Nemmeno il centrodestra, però, naviga in acque tranquille. Le divisioni interne tra Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega, soprattutto sul tema delle candidature regionali, rendono evidente che l’unità della coalizione è più di facciata che reale. Il vertice notturno tra Meloni, Salvini, Tajani e Lupi non ha sciolto i nodi: il tempo stringe e ogni ritardo rischia di trasformarsi in un boomerang elettorale.
In questo contesto, il caso Milano diventa lo specchio perfetto della fragilità del sistema politico. Nessuno sembra voler cedere: né chi chiede la testa del sindaco Sala, né chi difende un garantismo di principio. Ma sotto la superficie, ciò che affiora è un vuoto di leadership, di visione e di coraggio. Schlein è chiamata a scegliere: restare ostaggio delle logiche correntizie o cambiare davvero passo, perché il tempo per l’attesa è finito.
