Politica

Milano città-modello: della resa del pubblico agli interessi privati e dell’esclusione sociale

di Alessio Mannino (*)

Per capire la Milano travolta dall’inchiesta battezzata “Grattacieli puliti” bisogna scendere a Roma. Più precisamente a Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica. È qui che si è impantanato il cosiddetto “decreto Salva-Milano”, promosso l’anno scorso dalla Lega di Salvini che aveva tentato di accluderlo ad un altro decreto, il Salva-casa, ma per rilievi di forma del Quirinale ha dovuto poi trasformarlo in un disegno di legge ad hoc, già passato alla Camera con l’assenso trasversale di tutto il centrodestra più Pd, Azione e +Europa. Fino al febbraio di quest’anno, il Sindaco Beppe Sala ne era stato, chiaramente, un acceso fautore.

Dopodiché, con l’avanzare delle indagini giudiziarie sugli affari immobiliari della “capitale morale d’Italia”, la giunta milanese e il Partito Democratico hanno tolto il loro appoggio politico. Fratelli d’Italia e Lega, dal canto loro, hanno preferito tergiversare, lasciando nella maggioranza la sola Forza Italia nel ruolo di alfiere di una norma di interpretazione autentica, come si dice in gergo, della legge urbanistica del 1942. In soldoni, in caso di costruzione di nuovi edificati in aree già urbanizzate, o per sostituirne o modificarne delle parti, non ci sarebbe più bisogno del via libera preventivo attraverso un piano particolareggiato o una convenzione lottizzatoria del Comune. La legge si sarebbe estesa all’intera Italia e avrebbe avuto addirittura effetto retroattivo. Il “modello Milano”, che in sostanza significa deregolamentare per far partire i cantieri, poteva diventare il “modello Italia”.

Naturalmente il ddl per ora resterà com’è, cioè bloccato. A presiedere il Senato, fra l’altro, c’è quell’Ignazio La Russa che da tempo, essendo il ras locale del partito meloniano, cerca di azzopparlo, definendolo “Salva-Sala”. La rivalità interna di FdI con Lega e forzisti ha il suo peso, in vista delle grandi manovre per le comunali della primavera 2027. Ma la valenza nazionale del presunto “modello” meneghino è fondata su ben altro, rispetto alle normali strategie di palazzo dei partiti. Se infatti si va a vedere la biografia dell’imprenditore-simbolo della raffica di arresti di questi giorni, Manfredi Catella, si capisce l’entità della posta in gioco. Prima di fondare la sua azienda, la Coima, Catella è stato per anni il rampante collaboratore di un colosso statunitense del real estate, la Hines, il cui portafoglio globale ammonta a qualcosa come 90 miliardi di dollari. Come riportava nel 2021 il Sole 24 Ore, per l’Italia la multinazionale a stelle e strisce aveva varato investimenti in appartamenti e logistica per quasi 1 miliardo. A Milano, per intenderci, piazza Gae Aulenti si deve alle immense risorse Hines. Catella si autonomizza con il progetto Porta Nuova, suo fiore all’occhiello: grattacieli e piazze su 350 mila metri quadrati, il tutto venduto nel 2015 al fondo sovrano del Qatar per la cifra di 2,5 miliardi di euro.

Da lì, l’urbanista ha definitivamente spiccato il volo, staccandosi dalla Hines e ampliando il suo raggio d’azione all’intera città: oltre a Porta Nuova, la Biblioteca degli Alberi, il Bosco Verticale, il nuovo Pirellino portano tutti il suo marchio.

Le carte e le intercettazioni oggi coinvolgono anche l’archistar Stefano Boeri, l’assessore alla “rigenerazione urbana” Giancarlo Tancredi, lo stesso primo cittadino Sala e una sfilza di altri indagati. Ma questo rappresenta la questione penale, che certamente investe in pieno la politica. Non foss’altro perché, come visto, sono stati in primis il sindaco e il suo azionista politico di riferimento, il Pd, a fare un passo indietro, sostanzialmente ripudiando una legislazione pensata apposta per Milano e, complici Lega e Forza Italia, concepita per facilitare il lavoro a immobiliaristi e imprese edili. L’abbraccio era, fino a soli cinque mesi fa, ecumenico, a parte la resistenza interna di La Russa a destra e del M5S e Avs a sinistra. È un primo punto che va tenuto fermo: se la Procura milanese non fosse intervenuta creando un pool di giudici (a partire da una magistrata, Marina Petruzzella, che nel 2023 iniziò a indagare per abuso edilizio su un singolo, piccolo palazzo eretto con una semplice autocertificazione Scia in un cortile di via Fouché), la “Salva-Milano” sarebbe passata. Con i voti di tutta la destra, del centro e del Pd.

Ora, al netto di possibili reati, a fare la differenza è appunto il piano legislativo. Cioè quello politico. Se la politica decide di togliere il passaggio iniziale dei controlli di conformità edilizia, si dà semaforo verde ai costruttori per iniziare i lavori. E come sa chiunque abbia una minima dimestichezza con il settore, una volta che un edificio abbia cominciato a prender forma è più difficile che non prosegua a svettare verso l’alto. Certo, quel grande “potere profondo” che è la burocrazia (comunale, regionale, soprintendenze, ecc) è una macchina con artigli che, nonostante i tentativi, attendono ancora di essere spuntati da un “Testo unico dell’edilizia” tuttora allo stato intenzionale. Ma è, o dovrebbe essere, inammissibile cercare di semplificare la matassa normativa e procedurale aggiungendovi una leggina mirata, e per giunta con valore retroattivo, il che equivale a una sanatoria di fatto.

L’altro punto decisivo, qui, è inquadrare la portata del fenomeno. A Milano non si sta parlando della ditta locale che gestisce qualche lotto, ma di un business multimilionario, se non miliardario, dietro cui si muovono fondi stranieri e realtà internazionali, non ultima l’onnipresente Airbnb. Titanici giganti inseriti in una rete di finanza di fronte alla quale è ovvio che il sistema partitico, in nome di uno “sviluppo” interpretato in maniera lasca e puramente cumulativa, cala le braghe in partenza. Se la Lombardia sotto le insegne del centrodestra è la prima regione d’Italia per alloggi vuoti (23 mila), se per il centrosinistra meneghino la riscrittura del piano regolatore o Pgt (Piano di Governo del Territorio) è solo una promessa, se Sala ha posto come condizione per le eventuali dimissioni non il piano casa ma quello del nuovo stadio, è perché il pubblico ha fatto della rinuncia a contenere il privato una sorta di ideologia implicita.

E a volte, anche esplicita. A condensare un mini-manifesto programmatico della “vision” (occhio, quando spuntano i termini inglesi: la fregatura è dietro l’angolo) è stato in un’intervista su La Stampa del 18 luglio un altro architetto di fama, Carlo Ratti: “quando una città funziona, attira persone e capitali, i prezzi salgono e l’inclusione rischia di diventare esclusione”. Quando funziona, s’intende, solo per chi può permettersela. In poche parole, dovremmo felicitarci se sorgono metropoli in cui se non hai un reddito sopra i 5 mila euro netti mensili sei costretto a vivere da un’altra parte. Studente, impiegato o operaio che tu sia. Categorie lavorative, queste, non tutte, o non del tutto delocalizzabili grazie allo smart working. Senza contare che i prezzi sono alle stelle perché è alla razza predona dei fondi immobiliari che non conviene il loro calmieramento, introducibile con un robusto apporto di abitazioni ad affitto agevolato. Altrimenti non si capirebbe perché Milano, come anche le altre grandi città italiane da Roma in giù, sono divenute un inferno in terra per le fasce sociali meno abbienti, costrette a subire locazioni a costi proibitivi. E così il cerchio si chiude.

Ora, per restare a Milano, è vero che da sempre la situazione che la contraddistingue, come scriveva già nel 1957 Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia, è “privilegiata e insieme drammatica”. Ma parafrasando quello scritto, “non è facile essere poveri in una città di ricchi”. Anzi, è materialmente impossibile. Siamo ancora alla “Milano da bere”, solo che nel 2025 a bersela non sono i craxiani ma i fighetti benestanti di centrosinistra. Cercare di attrarre solo i capitali, e dunque solo portatori d’interesse o di manodopera generatori di profitto (manager in carriera, creativi, rampolli di buona famiglia, addetti della moda, delle banche, degli studi legali ecc), trattando tutti gli altri, i subordinati, i precari, i lavoratori impoveriti, giù giù fino agli schiavi della logistica e ai poveri assoluti, come un male necessario, non è che la punta dell’iceberg di una società neo-feudale. Della quale Milano rappresenta ed estremizza i contorni. Una città in cui ritrovi un sindaco di sinistra in realtà di destra, già city manager della Moratti, che sfoggia i calzini con i colori lgbtq+, e che oggi è sostenuto dalla segretaria Schlein, la cui prima intervista pubblica comparve, con armocromista annessa, su Vogue, ed è difeso a spada sguainata dall’ex assessore Pierfrancesco Majorino, che sarebbe quello più a “sinistra” della congrega.

Una città-modello, sicuramente: di quell’intreccio politica-affari comune a tutto il Paese e diffuso un po’ in tutti i Comuni, piccoli inclusi, in cui si ferma l’uscita di articoli di stampa non congeniali al ritratto del “benessere” e si guarda agli “homeless” con malcelato razzismo sociale. Una città in cui gli ambienti più “progressisti” costituiscono l’oligarchia economica, passata dal pentapartito a Forza Italia al Pd, auto-legittimatasi spacciando Sala come campione del pensiero più avanzato in fatto di diritti civili e “inclusività” (in prima fila, a fungere da megafono del consenso, fu il team Terzo Segreto di Satira). Pochissimi gli intellettuali controcorrente, come la studiosa di politiche urbanistiche Lucia Tozzi, autrice del corrosivo “L’invenzione di Milano”. In pratica, a parte qualche voce isolata nel giornalismo, Sala si è dovuto guardare dalle temibilissime critiche sui social del conduttore tv Roberto Parodi contro il limite di velocità a 30 km/h. E per il resto, si sarà fatto un baffo di scandaletti, fisiologici dove circola denaro a fiumi, come i festini alla Gintoneria, su cui lucrano mediaticamente paladini del qualunquismo à la page come Cruciani.

Alle corte. A Milano la vera questione non è tanto morale, e non è soltanto penale: è politica. È sociale. È culturale. Ma riguarda tutta l’Italia. Affossa prima di tutto la credibilità del Pd, ma ricomprende quasi per intero l’arco parlamentare. Mostra in tutta la sua pochezza truffaldina l’obbedienza dei politici-camerieri ai palazzi alti dell’élite finanziaria. E lascia alla magistratura il rispetto di quelle leggi cui ciascuno di noi sarebbe tenuto, salvo da parte dei soliti noti dotati di una tale forza di pressione da poter cambiarle a proprio vantaggio. Questa volta, con la “Salva-Milano”, non ci sono riusciti. Ma solo per il momento.

(*) InsideOver

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