di Riccardo Bizzarri (*)
“Pecchè nun ce ne jammo in America?” cantava nel 2006 Renzo Arbore (nella foto la copertina del celebre album) , con quel suo tono tra lo scanzonato e il disilluso, dipingendo un’America dove tutto sembrava perfetto — hamburger giganti, grattacieli che toccano Dio, sorrisi bianchissimi e addominali scolpiti — ma che, sotto sotto, puzzava d’assenza. Di storia, innanzitutto. Perché sì, l’America è giovane, anzi bambina: ha grattacieli al posto dei templi, catene di fast food al posto dei forni comunali, e reality show invece di epopee. “Hanno tutto ma non hanno avuto il Medioevo”, avrebbe detto Umberto Eco con un sorriso pungente.
E oggi, nel 2025, rieccoci a guardare l’America — o meglio, la sua caricatura biondo-arancione — che ci dice ancora una volta: “America First”, e tutto il resto può pure mettersi in fila. Donald Trump, tornato sulla scena, rilancia con nuovi dazi sulle importazioni straniere. Auto, acciaio, elettronica, parmigiano e forse anche i presepi napoletani. Perché? Perché America is getting robbed, urla lui. Ma forse, in realtà, è solo l’ennesimo gioco di prestigio di un illusionista che scambia la nostalgia per strategia economica.
La guerra dei dazi: un déjà vu senza happy ending. Non è la prima volta che il protezionismo si traveste da patriottismo. Era il 1930 quando il Congresso americano approvava lo Smoot-Hawley Tariff Act, facendo impennare i dazi su oltre 20.000 prodotti. Il risultato? Un disastro globale che aggravò la Grande Depressione e ispirò una reazione a catena in tutto il mondo. Lo stesso Keynes, con una flemma tutta britannica, lanciava l’allarme: “La fine del libero commercio è la fine della speranza”. Ma si sa, la storia non insegna nulla a chi non vuole ascoltare. E Trump, si sa, non legge molto. Anzi, forse non legge affatto.
Dietro ai dazi c’è un’idea mitologica di America: quella fabbrica ideale dove tutto è prodotto in casa, da uomini bianchi in tuta blu che sorridono davanti a un barbecue. Una visione disneyana e profondamente inquietante, come un episodio distorto di Black Mirror. Ma il mondo è cambiato, e anche l’America. La manifattura non tornerà mai più come negli anni ’50, e il Wisconsin non salverà l’economia mondiale fabbricando tosaerba.
Trump lo sa? Probabilmente sì. Ma lo ignora con la spavalderia di chi ha capito che la politica non è più amministrazione, ma entertainment. E così, invece di affrontare le sfide complesse della globalizzazione, preferisce dare in pasto all’opinione pubblica il solito nemico esterno: la Cina, l’Unione Europea, il Messico, o magari l’Italia col suo “provolone” invasore.
La filosofia dei dazi è un po’ la filosofia dell’ignoranza. “La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa”, scriveva Karl Marx. E se la prima volta abbiamo assistito alla rovina delle economie globali, ora ci troviamo davanti a una farsa grottesca, degna del peggior teatro dell’assurdo.
Nietzsche avrebbe avuto pane per i suoi baffi: ecco il nichilismo americano nella sua forma più pura. Una volontà di potenza senza cultura, senza memoria, senza etica. Una forza cieca che schiaccia tutto ciò che non può controllare. I dazi non sono una strategia, sono un sintomo. Di paura, di decadenza, di un impero che si aggrappa alla nostalgia per non guardare il futuro.
E noi? Ancora qui a domandarci: pecchè nun ce ne jammo in America? Forse perché, come già intuiva Arbore con la sua ironia che punge più del sarcasmo, quell’America non è mai esistita davvero. E quella di oggi, dietro lo sfavillio e i proclami, è sempre più simile a un Luna Park spento: inquietante, silenzioso, e con la giostra del protezionismo che gira a vuoto. Mentre il mondo, stanco, cerca nuove direzioni.
E allora, davanti a questo teatro dell’assurdo, a questi muri commerciali e ideologici che si alzano uno dopo l’altro, la vera domanda forse non è più “pecchè nun ce ne jammo in America?”…
…ma pecchè continuiamo a far finta che sia ancora il centro del mondo?
