Missione Unifil in libano, monitoraggio del nostro Governo
Martedì pomeriggio, durante una riunione convocata d’urgenza a Palazzo Chigi (la sede del governo) dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e a cui hanno partecipato vari ministri e i dirigenti dei servizi segreti, si è discusso proprio del peggioramento della situazione in Libano, analizzando i vari scenari e le possibili soluzioni.
Al momento è stataaccantonata l’ipotesidi un ritiro precipitoso del solo contingente italiano (perché tra gli altri che partecipano a UNIFIL per ora non lo ha fatto nessuno).
Non è stato però escluso che, con l’inasprirsi del conflitto, si possa dover sospendere la missione: in quel caso si attenderebbe tuttavia una decisione collegiale delle Nazioni Unite o quantomeno dei principali paesi che fanno parte di UNIFIL.
La posizione di Crosetto e Tajani
I ministri degli Esteri e della Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto, riferendo in parlamento mercoledì hanno spiegato che sono stati già aggiornati i piani di evacuazione, che sono state già fatte delle esercitazioni e che in caso di necessità il contingente sarebbe in grado di smobilitare nel giro di un paio di giorni, con l’uso di mezzi aerei e di navi.
Nelle indicazioni date dal governo, però, è emersa una sostanziale contraddizione. Da un lato i consiglieri di Meloni e dei ministri Crosetto e Tajani sostengono l’ipotesi di un ritiro, dall’altro invece gli stessi ministri e altri esponenti del governo hanno più volte chiesto un rafforzamento del mandato della missione: il governo italiano chiede cioè all’ONU di rivedere le regole d’ingaggio dei militari e consentire loro di operare con decisione, come una forza militare autonoma dalle autorità libanesi. Prospettive del tutto improbabili.
Entrambe le prospettive comunque sembrano al momento abbastanza improbabili
La missione UNIFIL nacque inizialmente per garantire il ritiro pacifico dell’esercito israeliano dal Libano, nel 1978 (Israele aveva invaso il Libano in ritorsione contro una serie di attentati compiuti da miliziani palestinesi che avevano la base operativa nello stesso Libano).
Nel 2006 Israele invase di nuovo il Libano, in risposta a massicci lanci di missili e razzi da parte del gruppo politico e militare Hezbollah. A quel punto l’ONU decise di rafforzare UNIFIL con la risoluzione 1701, che tra le altre cose disciplina l’operato dei militari che ne fanno parte.
Gli obiettivi della Missione
Gli obiettivi della missione eranp molti e ambiziosi. Tra i principali: favorire una distensione dei rapporti diplomatici tra Israele e Libano.
Scoraggiare le incursioni militari verso nord dell’esercito israeliano e le attività militari di Hezbollah; fare in modo che l’area meridionale del Libano, tra il fiume Leonte e il territorio israeliano, sia sostanzialmente demilitarizzata.
Gli li unici autorizzati a portare armi siano, oltre ai militari di UNIFIL, quelli delle autorità governative libanesi; prevenire il traffico illegale di armi, finalizzato perlopiù a rifornire Hezbollah; assistere la popolazione civile che si trova in quell’area..
Ma perché UNIFIL è obbligata a operare solo in collaborazione con l’esercito ufficiale libanese (diverso da quello di Hezbollah), che però è male addestrato e ritenuto militarmente poco affidabile.
In secondo luogo perché in quell’area Hezbollah è un interlocutore obbligato e difficilmente aggirabile quando ci sono negoziati o trattative da portare avanti.
E poi perché lo stesso “confine” da monitorare è difficilmente individuabile, nel senso che molte zone sono contese tra Libano e Israele e le carte geografiche utilizzate dagli uni e dagli altri per rivendicare la titolarità su alcuni villaggi sono tra loro discordanti.
Per questo è stata istituita una “blue line”, cioè una linea immaginaria che grosso modo dovrebbe valere come demarcazione tra i due paesi: ma è un confine che va definito e costruito metro per metro, e infatti uno dei compiti dei militari di UNIFIL è di piazzare lungo questa linea delle torrette che indichino chiaramente la frontiera.
E’ servita l’operazione UNIFIL?
Se da una parte la presenza dei militari dell’ONU ha probabilmente scongiurato negli anni un’evoluzione più violenta degli scontri tra Israele e Hezbollah, è anche vero che dopo 18 anni la missione ha raggiunto solo in minima parte i suoi obiettivi.
Lee tensioni tra le parti non sono mai finite e l’esercito ufficiale libanese è inadeguato a fronteggiare quello israeliano, anzi. In larga parte è ancora succube di Hezbollah, che nel frattempo ha consolidato le sue posizioni nell’area e ha intensificato la sua attività militare.
Le difficoltà e le attese
Da quando sono iniziati gli intensi attacchi israeliani in Libano tutti i militari di UNIFIL hanno progressivamente interrotto le loro attività, e da martedì sono al riparo nelle sue 50 basi , dislocate tra il fiume Leonte e il territorio israeliano.
Imilitari salgono sulle torrette, osservano quello che succede, si confrontano tra loro per capire come evolve lo scenario. Solo nel pomeriggio di giovedì alcuni contingenti prevedono di tornare a pattugliare il territorio, ma tutto dipenderà dalla situazione sul campo.
La proposta di Israele e rischi della sua avanzata
L’esercito israeliano ha chiesto agli alti comandi di UNIFIL, guidati dal generale spagnolo Aroldo Làzaro, di partecipare a quelle che Israele definisce «incursioni limitate», cioè di accompagnare, almeno in alcuni tratti, l’avanzata delle truppe israeliane nel territorio libanese.
I contingenti dell’ONU hanno rifiutato, perché accompagnare in qualche modo l’invasione israeliana in Libano non sarebbe coerente col mandato che hanno. Hanno anzi ribadito che ogni incursione a nord della “blue line” costituisce una violazione della risoluzione 1701.).
Per proseguire con l’invasione, le truppe israeliane – 45mila soldati, con carri armati e veicoli corazzati – dovranno risalire verso nord, passando inevitabilmente vicino alle basi dell’ONU.
Hezbollah, per rallentarne l’avanzata, potrebbe lanciare dei colpi di artiglieria da lunga distanza, e non si può dunque escludere che qualcuno di questi finisca fuori bersaglio e colpisca una caserma o un deposito di munizioni UNIFIL.
La situazione della base italiana
La base italiana, dove si trovano al momento 1068 militari, è invece una quarantina di chilometri più a ovest e più a sud, nella cittadina di Shama. Finora non è stata interessata da attacchi e non ha corso rischi significativi. Se l’avanzata israeliana proseguirà, nel giro di pochi giorni la base italiana si troverà a sud della linea del fronte, dunque in una posizione di relativa tranquillità.
impossibilità di mantenere la piena operatività, i vari contingenti di UNIFIL continuano a d aiutare la popolazione scoraggiamdo assurde azioni violente. di entrambe le parti, cioè le autorità israeliane e quelle libanesi. Sono le uniche due con cui i comandi di UNIFIL possano parlare, anche se poi, ufficiosamente, c’è un confronto costante con esponenti di Hezbollah.
G.L.
aggiornamento la crisi mediorientale ore 13.59
