Norme fiscali

Più controlli, più cartelle: la vera sfida è la selettività, non la quantità

 

Dai dati del Mef sull’aumento del 18% degli accertamenti 2025 all’offensiva di Agenzia delle Entrate-Riscossione con 11 milioni di cartelle in arrivo, la macchina del Fisco accelera. Ma tra “cartelle fantasma” da 42,9 miliardi e discarico automatico, il vero nodo resta la qualità della selezione e il diritto di difesa del contribuente.

di Lamberto Mattei (*)

Due notizie di questi giorni, se lette insieme, disegnano con chiarezza la direzione impressa dall’amministrazione finanziaria negli ultimi mesi. La prima: il Mef, rispondendo in commissione Finanze alla Camera, certifica che nel 2025 gli accertamenti sono cresciuti del 18% rispetto all’anno precedente, oltre 223mila, con più di un decimo riferito a titolari di partita Iva. La seconda: l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha messo in moto l’invio di 11 milioni di cartelle, su un totale di 19 milioni di contribuenti con posizioni debitorie aperte, accompagnate da 750mila procedure esecutive già avviate tra fermi amministrativi, ipoteche e pignoramenti. Chi, come chi scrive, ha indossato per anni la divisa della Guardia di Finanza nei reparti di verifica prima di dedicarsi alla libera professione di dottore commercialista e revisore legale, osserva questo scenario da un’angolatura particolare: quella di chi ha visto il controllo fiscale dall’interno e oggi lo affronta dal lato di chi deve tutelare imprese, professionisti e famiglie. E da questa prospettiva doppia, il dato più interessante non è la crescita dei numeri, ma il cambio di paradigma che il Mef stesso rivendica: non più controlli a tappeto, ma “selezione sempre più mirata dei contribuenti caratterizzati da elevati indicatori di rischio”, attraverso l’incrocio delle banche dati e, in prospettiva, strumenti di intelligenza artificiale a supporto – e non in sostituzione – della valutazione umana. È una direzione condivisibile nel principio: un fisco che concentra le risorse sui profili a rischio effettivo, riducendo l’invasività nei confronti di chi è in regola, è preferibile a un controllo indiscriminato. Il problema, per chi opera ogni giorno a fianco delle imprese, è che la selettività dichiarata nelle relazioni istituzionali non sempre coincide con la qualità degli atti che arrivano sulle scrivanie dei contribuenti. Il secondo dato citato è, in questo senso, ancora più significativo del primo: oltre un terzo delle cartelle inviate riguarda somme “pressoché inesigibili”, frutto di vizi di forma, errori di origine o mancanza dei requisiti legali. Un recente rapporto ministeriale parla di 27,6 milioni di atti non incassati, per un valore di 42,9 miliardi di euro, distribuiti su oltre 9 milioni di contribuenti. Sono le cosiddette “cartelle fantasma”: un magazzino di crediti congelati che il meccanismo del discarico automatico, in vigore dal 2026, inizierà a restituire agli enti creditori originari dopo cinque anni di mancata riscossione – senza che il debito, va detto con chiarezza, si estingua per il cittadino. È qui che il ruolo del professionista diventa decisivo, ed è qui che vorrei spostare l’attenzione dal dato macro alla pratica quotidiana. Di fronte a una cartella o a un atto di riscossione, l’errore più frequente è la reazione emotiva: pagare per chiudere la partita, oppure ignorare l’atto sperando che si risolva da solo. Entrambe le strade sono sbagliate. La prima mossa corretta è sempre un

controllo tecnico di validità formale e sostanziale: verificare la corretta notifica, i termini di prescrizione e decadenza, la riferibilità soggettiva del debito, la correttezza del calcolo di sanzioni e interessi. Non è un esercizio burocratico: è statisticamente, alla luce dei numeri appena citati, la strada che in molti casi porta a scoprire un’anomalia sanabile in autotutela o contestabile con ricorso, prima che si attivino le misure cautelari più aggressive – il fermo amministrativo, che scatta anche per importi modesti, l’ipoteca sopra i 20mila euro, e soprattutto il pignoramento diretto su conti correnti, stipendi e pensioni, che l’Agenzia esercita con una corsia più rapida di quella ordinaria. A questo si affianca ora una leva negoziale che merita attenzione: la Rottamazione-quinquies, che consente di sanare i debiti affidati all’esattore tra il 2000 e il 2023 versando solo la sorte capitale, azzerando sanzioni e interessi, con una dilazione fino a 54 rate bimestrali. Per molte posizioni debitorie stratificate nel tempo – specie in capo a piccole imprese e lavoratori autonomi, che i dati Mef individuano come categoria in cui i controlli crescono più della media – questa misura può rappresentare la via più razionale per uscire da una spirale di sanzioni che spesso raddoppiano il debito originario. La scelta tra contestazione e rottamazione non è però automatica: richiede un’analisi preliminare puntuale, perché rottamare un debito viziato in origine significa rinunciare a un diritto che si sarebbe potuto far valere gratuitamente. Il quadro che emerge, in definitiva, non è quello di un fisco più aggressivo in senso punitivo, ma di una macchina amministrativa che accelera su due fronti – controllo preventivo dei rischi e recupero dei crediti pregressi – senza che l’efficienza dei processi cresca sempre alla stessa velocità della loro qualità tecnica. Per il contribuente e per l’impresa, la difesa più efficace resta quella che si costruisce prima che l’atto diventi definitivo: verifica tecnica puntuale, tempestività nelle contestazioni, e una valutazione informata tra le diverse strade – autotutela, ricorso, rottamazione – che oggi convivono nello stesso sistema. È il compito che, da questo lato della scrivania, mi trovo a svolgere ogni giorno per i clienti dello studio: trasformare numeri che sembrano solo statistica ministeriale in strategie difensive concrete.

(*) Dottore Commercialista e Revisore Legale

Già Sottotenente della Guardia di Finanza, Nucleo Regionale di Polizia Tributaria di Bologna

 

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