di Viola Scipioni
Nei giorni scorsi un gruppo di intellettuali ha immaginato una proposta concreta per riformare coerentemente la Costituzione, in vista del tanto chiacchierato premeriato voluto dall’attuale governo Meloni. Tra i vari nomi, spiccano sicuramente quelli di Antonio Polito, Angelo Panebianco, Franco Debenedetti e numerosi costituzionalisti, tra cui Mario Esposito, Maurizio Griffo e Giuseppe De Vergottini. La riforma è particolarmente rivoluzionaria, soprattutto dal punto di vista linguistico: il premier non sarà più da definirsi come “Presidente del Consiglio”, bensì come “Primo Ministro”, modificando quindi gli attuali articoli 89, 95 e 96 della Costituzione. Secondo la proposta, dovrebbero subire rilevanti cambiamenti anche l’articolo 92 e l’articolo 94. Nel primo, verrà sottolineato come, al momento del voto, il cittadino sceglierà direttamente il Primo Ministro candidato; il vincitore delle elezioni verrà poi nominato dal Presidente della Repubblica insieme ai ministri proposti dal Primo Ministro. Nel secondo articolo, invece, si darà particolarmente rilevanza alla sfida parlamentare: il Primo Ministro e il suo governo dovranno avere la fiducia del Parlamento in seduta comune ma il voto contrario di una o di entrambe le Camere non importerà necessariamente l’obbligo di dimissioni. Ciò evidenzia come la scelta di dimissioni ricada, alla fine, comunque sul Primo Ministro, che può in ogni caso decidere di proseguire il proprio lavoro con il rischio di non avere particolare maggioranza in Parlamento; in caso di sfiducia, invece, il Primo Ministro dovrà presentare le proprie dimissioni entro sette giorni e proporre lo scioglimento delle Camere.
Il Parlamento è molto diviso, soprattutto tra le opposizioni. Per approvare una riforma costituzionale, infatti, non basterà solo il voto favorevole della maggioranza, bensì almeno 2/3 del Parlamento. Ciò permetterebbe a Giorgia Meloni di evitare quanto successo a Matteo Renzi nel 2016, ovvero arrivare al referendum popolare. Ma per fare ciò è necessario dialogo, quello che Dario Franceschini del Partito democratico auspica alla sua leader Elly Schlein, soprattutto dopo le elezioni europee. Franceschini, infatti, non è l’unico nel Pd ad essere favorevole a questa riforma: un’intera ala del partito, soprattutto quella risalente ai tempi dell’Ulivo di Romano Prodi, conosce la proposta di D’Alema del 1997 sulla bicamerale e il tentativo di dialogo tra Forza Italia e il centrosinistra. L’obiettivo di Meloni, quindi, non sembra poi così impossibile.
