di Luca Ciarrocca (*)
L’uso di un’arma nucleare tattica da parte della Russia non è più un tabù da film apocalittico, ma un’opzione strategica con obiettivi precisi, secondo un nuovo, inquietante rapporto della Rand Corporation. L’analisi del think tank americano smonta l’idea di un’escalation totale: il Cremlino non userebbe l’atomica per vincere la guerra in Ucraina, ma per creare uno shock politico così potente da costringere la NATO a negoziare un passo indietro. In questo scenario di “colpi dimostrativi” o attacchi limitati, l’Italia diventa un bersaglio non casuale, a causa delle due basi militari che ospitano testate nucleari statunitensi e dei suoi cruciali hub logistici per l’Alleanza.
Mentre Trump, domenica, ha assicurato che in caso di attacco russo alla Polonia gli Usa interverranno a sua difesa, il report della Rand, commissionato dal ministero della Difesa britannico, sostiene che la relazione tra Russia e NATO ha superato il punto di non ritorno.
C’è una fase di conflittualità permanente, basata sulla gestione di un rischio costante e acuto. La guerra in Ucraina non è la causa di questa frattura, ma il catalizzatore che ha reso irreversibile un processo già in atto. Dal punto di vista del Cremlino, l’Occidente a guida NATO è ormai percepito come una minaccia esistenziale alla stabilità del regime e all’integrità territoriale della Russia stessa.
Gioco di equilibri
Questa percezione non è retorica propagandistica, ma il fondamento su cui Mosca basa ogni sua decisione strategica, inclusa quella nucleare. Il dialogo tra le due parti è ormai inesistente: ogni comunicazione è finalizzata solo a prevenire uno scontro diretto, non a trovare un’intesa. Di conseguenza, secondo la Rand, la NATO è costretta a un delicato gioco di equilibri.
Da un lato, deve sostenere militarmente l’Ucraina per impedire una vittoria russa che minerebbe la sicurezza dell’Europa. Dall’altro, deve calibrare ogni mossa per evitare di superare la linea rossa della cobelligeranza diretta, soppesando ogni nuovo sistema d’arma fornito a Kiev non solo per la sua efficacia, ma per il rischio di innescare un’escalation incontrollata.
La postura della Russia, diventata più assertiva e imprevedibile, ha innalzato il livello di allerta globale. La chiave per decifrare le mosse di Mosca non sta tanto nelle nuove armi, quanto nella sua cultura strategica. Il Cremlino ragiona in termini di “somma zero” e agisce partendo da una percezione di vulnerabilità di fronte alla superiorità convenzionale della NATO.
In questa logica, le armi nucleari tattiche diventano una “polizza assicurativa”, uno strumento per compensare questo squilibrio: il loro scopo primario non è tanto colpire, quanto tenere costantemente l’avversario sotto pressione, sul filo del rasoio. In Ucraina, la minaccia atomica russa ha funzionato all’inizio come deterrente, ma con il tempo la retorica apocalittica, spesso delegata a figure come Dmitrij Medvedev, ha perso efficacia a causa dello scarto tra parole e azioni.
Di conseguenza, per riaffermare la propria determinazione, il Cremlino è passato a messaggi più concreti e pericolosi: il dispiegamento di armi tattiche in Bielorussia, l’innalzamento dei livelli di allerta e azioni provocatorie come il recente sconfinamento di droni in Polonia.
La dottrina di Mosca estende di fatto l’ombrello nucleare alla Bielorussia di Lukašenko, fedele alleato di Putin, dove la Russia non solo dichiara di aver già dispiegato testate tattiche, ma prevede di stazionare anche i nuovi missili Oreshnik.
La traduzione pratica di questa strategia è andata in scena con le imponenti manovre Zapad 2025. L’esercitazione ha simulato una risposta congiunta a un attacco nemico, includendo scenari per l’uso di armi nucleari e del sistema Oreshnik, mandando un segnale che ignora di fatto i presupposti dell’incontro tra Trump e Putin in Alaska.
Nuova realtà che ha spinto il segretario generale della NATO, Mark Rutte, a commentare: «I missili ipersonici di Mosca mandano in frantumi l’idea che la Spagna o la Gran Bretagna siano più al sicuro dei vicini della Russia, Estonia e Lettonia».
La Rand Corporation mette sul tavolo alcuni scenari plausibili per un primo uso nucleare russo, nessuno dei quali prevede un attacco totale. Si va da un impiego «difensivo-escalatorio» sul fianco baltico, con un attacco mirato per fermare una sconfitta convenzionale, a una prova puramente dimostrativa, come un test a bassa potenza pensato per il massimo effetto psicologico (a Novaja Zemlja: nessun bersaglio urbano). Un’altra opzione è la risposta a un cyber-attacco, con un’esplosione ad alta quota (Emp) per paralizzare le infrastrutture.
In tutti i casi, emerge una dottrina nucleare più flessibile e più pericolosa. Il messaggio di Mosca è chiaro, è disposta a giocare una partita ad alto rischio, scommettendo che la sua tolleranza al pericolo sia superiore a quella occidentale.
Rimane la domanda: ci sarà mai un attacco atomico russo su target europei e, per quanto ci riguarda, con obiettivo specifico l’Italia, paese definito da Medvedev “cobelligerante” perché fornisce armi a Kiev? Il rischio più plausibile è una dimostrazione nel contesto di uno degli scenari prevedibili, cioè una testata nucleare tattica a bassa potenza o un Emp progettato non per distruggere una città con l’onda d’urto, ma per paralizzare la tecnologia di un intero territorio. Avverrebbe – si legge nel report Rand – contro uno stato baltico o aree scarsamente popolate, non un attacco su grandi città o complessi industriali dell’Europa occidentale.
Pur rientrando nel perimetro della deterrenza russa per il suo ruolo nella condivisione nucleare e delle operazioni militari NATO, l’Italia non è considerata un bersaglio di primo livello. Il rischio concreto, secondo l’analisi, non risiede in un attacco a sorpresa, ma in una spirale di escalation che porti Mosca a sentirsi con le spalle al muro.
Uno scenario di questo tipo potrebbe essere innescato da un’offensiva ucraina, condotta con armi occidentali a lungo raggio, contro obiettivi strategici in Crimea o in territorio russo.
Se il Cremlino percepisse queste azioni non come supporto a Kiev, ma come il preludio a un intervento diretto della NATO volto a infliggergli una sconfitta strategica, la dottrina russa potrebbe spingere Putin a un primo e “limitato” uso dell’arma nucleare.
Mosca, inoltre, percepirebbe come una minaccia esistenziale non solo un attacco diretto, ma anche azioni mirate come bombardamenti di precisione, sabotaggi alla sua rete di comando e controllo (C3I), o movimenti di truppe Nato interpretati come il preludio a un tentativo di “decapitazione” del regime. In una simile ipotesi, la reazione non avverrebbe necessariamente e subito su suolo NATO.
L’opzione più probabile sarebbe un’esplosione dimostrativa su un’area disabitata o un attacco tattico contro un concentramento di forze ucraine: un avvertimento, progettato non per vincere una battaglia, ma per terrorizzare l’Occidente e costringerlo a fare marcia indietro, mettendone alla prova l’unità.
Soglie pericolose
Se la “prova di forza” russa fallisse e la NATO rispondesse con una controffensiva convenzionale, la soglia per un attacco nucleare contro gli obiettivi dell’Alleanza atlantica si abbasserebbe pericolosamente.
L’Italia diventerebbe allora un bersaglio non per la sua identità culturale o politica, ma per la sua funzione strategica, scelta per colpire al cuore la capacità militare della NATO.
I piani di Mosca includono senza dubbio obiettivi precisi: le basi aeree di Aviano (controllata dall’US Air Force) e quella di Ghedi (Brescia) sotto il comando dell’Aeronautica Militare, che insieme ospitano circa 40 testate nucleari americane montabili sui caccia F-35 e Tornado; centri di comando vitali come il COVI e hub logistici cruciali per il potere militare americano in Europa. Per l’Italia, il compito è sottotraccia ma cruciale: non solo rafforzare la resilienza dei centri di comando, ma soprattutto mantenere lucidità strategica di fronte a un gioco di minacce in cui il margine di errore è prossimo allo zero.
(*) Giornalista e scrittore
