Politica

Stop alle sponsorizzate politiche su Meta: l’Europa costringe la politica a misurarsi con la realtà

di Viola Scipioni

La politica italiana dovrà tornare a sporcarsi le mani con i mercati rionali, i gazebo e le piazze. Dal 15 ottobre, infatti, Meta non consentirà più di creare campagne sponsorizzate su Facebook e Instagram per partiti e candidati. Una decisione che, al di là delle lamentele di staff e consulenti, rappresenta una svolta positiva: per la prima volta si potrà misurare l’impatto reale della comunicazione politica digitale, al netto dell’acceleratore artificiale garantito dagli investimenti pubblicitari.

Il divieto nasce dal nuovo Regolamento Ue sulla Trasparenza e Targeting della Pubblicità Politica. L’obiettivo è semplice: ridurre il rischio che algoritmi e denaro condizionino la democrazia più delle idee. Finora le sponsorizzazioni hanno permesso ai candidati di “comprare visibilità”, replicando messaggi fino a saturare le bacheche degli elettori. Non a caso, alle ultime europee Fratelli d’Italia aveva speso oltre 200mila euro in inserzioni su Meta, il Partito democratico 108mila e la Lega 97mila.

La mossa europea segna una discontinuità. Non sarà più possibile supplire alla debolezza di un messaggio politico con la potenza del portafogli. Come osserva Dario Adamo, responsabile della comunicazione digitale del M5S, «molti si appoggiavano a investimenti massicci ma con un messaggio debole». Chi ha saputo costruire comunità solide, come Giuseppe Conte su TikTok o Giorgia Meloni su Instagram, continuerà a ottenere risultati grazie al traffico organico. Ma per i candidati locali ed emergenti la sfida sarà enorme: niente più scorciatoie, servirà credibilità sul territorio e capacità di raccontarsi in modo autentico.

Il Pd stesso, che da mesi investe energie su TikTok, ammette che le difficoltà saranno soprattutto per chi parte da zero. Anche i Radicali parlano di «strumento in meno che non puoi compensare», prevedendo un boom di cross-posting tra pagine affini e community già affermate.

In prospettiva, la stretta potrebbe produrre due effetti. Da un lato il ritorno a strumenti classici, come volantini, manifesti, incontri, che restituiscono concretezza al rapporto tra politici e cittadini. Dall’altro, una selezione naturale: sopravviveranno solo i contenuti in grado di circolare spontaneamente, perché autentici o realmente interessanti.

Per anni i social hanno offerto alla politica una scorciatoia, mediata da algoritmi che amplificavano chi investiva di più. Ora l’Europa ribalta il tavolo: niente più visibilità comprata, ma solo quella guadagnata. È l’occasione per capire se la politica digitale sia davvero capace di convincere, o se senza sponsorizzate non resti che il ritorno al vecchio ciclostile.

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