Politica

Quelle sofferenze dell’Italia nel controcanto del Governatore

di Michele Rutigliano (*)

C’è una narrazione ufficiale dell’economia italiana che suona sempre più autoreferenziale. È fatta di annunci, di percentuali isolate, di successi rivendicati senza contesto. Un racconto rassicurante, martellante, spesso trionfalistico. Poi, però, ci sono i numeri. Quelli che non partecipano alla propaganda e che continuano a raccontare un’altra storia, molto meno accomodante di quella ufficiale. È in questo scarto che si colloca la distanza tra le trombe del Governo e le campane che arrivano da Via Nazionale, dove il governatore della Banca d’Italia ha richiamato con sobrietà ciò che il dibattito pubblico tende a rimuovere. Il suo intervento, ripreso da Andrea Rinaldi, sul Corriere della Sera il 16 gennaio scorso, non polemizza con l’esecutivo, ma ne incrina il racconto. Perché dietro una crescita modesta e diseguale si nasconde un problema strutturale: l’Italia sta riducendo il proprio capitale umano, e lo sta facendo soprattutto nelle aree più fragili del Paese. Non è solo una questione di cicli economici o di congiuntura internazionale. È una questione di scelte, o meglio di non-scelte, stratificate negli anni. Panetta (nella foto) lo dice con parole misurate, ma i dati sono impietosi. Un laureato tedesco guadagna in media l’80 per cento in più di un laureato italiano. Non si tratta di un dettaglio statistico: è un segnale potente che spiega perché i nostri giovani migliori continuino a fare le valigie. Dal 2000, i salari orari in Italia sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21 per cento in Germania e del 14 per cento in Francia. Altro che “ripresa robusta”: qui il problema è che da vent’anni la produttività langue e i redditi non decollano. E senza salari dignitosi, ogni discorso sulla crescita resta una formula retorica buona per i comunicati stampa.

Demografia e divari territoriali: un nodo ancora irrisolto

Il tema della natalità, evocato dal Governatore, non è neutro sul piano territoriale. Il calo demografico colpisce l’intero Paese, ma assume nel Mezzogiorno dimensioni più gravi e persistenti. Qui la denatalità si intreccia con l’emigrazione giovanile, producendo un doppio svuotamento: meno nascite e più partenze. Il Governo continua a presentare dati aggregati su occupazione e crescita, ma evita di misurarsi con questa frattura territoriale. Eppure, senza un riequilibrio demografico e produttivo del Sud, l’economia nazionale nel suo complesso perde base, mercato interno e forza lavoro. La questione meridionale torna così a essere, ancora una volta, una questione nazionale. Non un capitolo folkloristico da evocare nei discorsi solenni, ma una variabile decisiva per la tenuta futura del Paese.

Istruzione, salari e fuga dei giovani dal Sud

Ancora più esplicito è il richiamo del Governatore al ruolo delle università. «Sono tra le istituzioni più longeve e preziose della nostra società». Parole che suonano quasi controcorrente in una stagione in cui gli atenei vengono trattati più come centri di costo che come investimenti strategici. Nel Mezzogiorno questo deficit è amplificato: meno opportunità occupazionali qualificate, salari più bassi, maggiore propensione all’esodo verso il Centro-Nord o l’estero. Si parla molto di occupazione, meno della sua qualità. Ma un lavoro povero, soprattutto per i giovani istruiti, non trattiene capitale umano né genera produttività. È qui che il racconto ottimistico del Governo mostra la sua fragilità: dietro i numeri sull’occupazione cresce una generazione sottopagata, precaria, scoraggiata. Panetta segnala un’evidenza che il dibattito politico tende a eludere: senza investimenti seri in istruzione, senza università forti e senza una politica salariale credibile, la crescita resta fragile e diseguale. Il messaggio che arriva dalla Banca d’Italia è lineare e, per certi versi, scomodo: natalità, istruzione, salari e partecipazione al lavoro non sono capitoli separati, ma parti di una stessa strategia di sviluppo. Che oggi, purtroppo, manca.  Nel Mezzogiorno, più che altrove, questa distanza tra racconto e realtà è evidente. Le trombe del Governo possono continuare a suonare a lungo, ma le campane del Governatore ci ricordano che senza politiche strutturali sul capitale umano e sui divari territoriali, l’Italia rischia di crescere senza consolidarsi, e di farlo lasciando indietro il Sud, una parte decisiva e sempre più strategica per il  futuro del nostro Paese.

(*) Giornalista

Related posts

Alta tensione nel Governo, Draghi: “Mai chiesto a Grillo di rimuovere Conte, ci chiariremo”

Redazione Ore 12

Manovra, Confesercenti: “Con le poche risorse a disposizione è una manovra di difesa”

Redazione Ore 12

Cecilia Sala è libera, la stampa americana ricostruisce l’intrigo internazionale

Redazione Ore 12