Primo piano

Rapporto Caritas, un italiano su dieci costretto a convivere con la povertà assoluta

 

Oggi in Italia vive in una condizione di povertà assoluta il 9,7% della popolazione, praticamente una persona su dieci. Questa la prima notizia contenuta nel Rapporto presentato dalla Caritas. Complessivamente si contano 5 milioni 694mila poveri assoluti, per un totale di oltre 2 milioni 217mila famiglie (l’8,4% dei nuclei). Il dato, in leggero aumento rispetto al 2022 su base familiare e stabile sul piano individuale, risulta ancora il più alto della serie storica, non accennando a diminuire. Se si guarda infatti ai dati in un’ottica longitudinale, dal 2014 ad oggi la crescita è stata quasi ininterrotta, raggiungendo picchi eccezionali dopo la pandemia, passando dal 6,9% al 9,7% sul piano individuale e dal 6,2% all’8,4% sul piano familiare.

Le povertà secondo l’Osservatorio Caritas

Nel 2023, le persone incontrate e supportate sono state 269.689. Quasi 270mila “volti” che possono essere assimilati ad altrettanti nuclei, visto che la presa in carico risponde sempre ad esigenze di tipo familiare. Complessivamente si tratta di circa il 12% delle

famiglie in stato di povertà assoluta registrate dall’Istat.
Rispetto al 2022 si è registrato un incremento del 5,4% del numero di assistiti; una crescita più contenuta rispetto al passato ma pur sempre una crescita. Anche per i dati Caritas non si colgono dunque segni flessione. Se si allarga lo sguardo a un intervallo temporale più ampio il dato risulta impietoso: dal 2015 ad oggi il numero di persone sostenute è cresciuto del 41,6%. I territori che registrano l’aumento più cospicuo risultano quelli di Sud e Isole (+53,3%) e del Nord Italia (+52,1%). Il peggioramento della condizione di vulnerabilità delle regioni del Nord, segnalato dall’Istat, traspare dunque anche dalla lente degli Osservatori Caritas.

Alcuni trend:

Non solo nuovi poveri, aumentano le storie di cronicità: nel 2023 a fronte di un calo dei nuovi ascolti (dal 45,3% al 41%), si rafforzano le povertà intermittenti e croniche (dal 54,7% al 59%); una persona su 4, di fatto, è seguita da 5 anni e più.

La povertà si fa sempre più intensa:i poveri diventano sempre più poveri. Dal 2007 al 2023 infatti è più che raddoppiato il numero di incontri/ascolti medi annui per assistito (da 3,2 a 7,9).

Stretto il binomio tra povertà economica e povertà educativa: il 67,3% degli assistiti possiede al massimo la licenza media inferiore.

È negato il “diritto di aspirare”: vivere in una condizione di povertà in modo prolungato e cronico erode il capitale progettuale, le aspettative e i sogni delle persone. Il motivo principale è la prolungata esposizione allo stress derivante dalle molteplici problematiche da affrontare quotidianamente, uno stress tossico che impatta su attenzione, memoria, concentrazione e capacità di pianificare.

Quando il lavoro non basta: quasi una persona su quattro (23%) degli assistiti ha un’occupazione.

Le famiglie con minori le più numerose: i genitori di figli minori rappresentano il 56,5% degli assistiti.

Povertà multidimensionali: la povertà non riguarda solo gli aspetti economici, sempre più spesso si configura come un fenomeno multidimensionale e multiforme. Tra gli assistiti solo il 44,6% ha manifestato un solo ambito di fragilità di ordine economico-materiale; il 26,4% ne vedeva cumulati due e il 29% tre o più (fragilità economiche, occupazionali, abitative, problemi familiari, difficoltà legate allo stato di salute o ai processi migratori).

Povertà e salute mentale: cresce il disagio psicologico e psichiatrico tra gli assistiti Caritas: dal 2022 al 2023 il numero di persone affette da depressione o malattie mentali è aumentato del 15,2%.

Marginalità sociale: il numero delle persone senza dimora aiutate nel 2023 sono state 34.554 (il 19,2% dell’utenza complessiva), in forte crescita rispetto al 2022 quando erano 27.877 (il16,9% degli assistiti).

Povertà e solitudine: aumenta l’incidenza delle persone over 65 (dal 12,1% al 13,4%): in valore assoluto si tratta di 35.875 anziani supportati, a fronte dei 30.692 incontrati nel 2022.

Detenzione e misure alternative al carcere: dati, riflessioni, progetti e storie

Nel 2024 (fino al 3 novembre) sono stati registrati 78 suicidi, il dato si sta purtroppo avvicinando a quello dell’annus horribilis (2022) che ne ha fatti registrare 84.
Le misure di comunità andrebbero fortemente incentivate perché hanno una forte valenza sociale e di impatto: si abbassa la recidiva, sono strumento di reinserimento nella comunità, rappresentano una possibile risposta al sovraffollamento.

Nel 2024 (fino al 30 settembre) sono 222.518 le persone in carico all’UEPE (Ufficio per l’esecuzione penale esterna) che stanno eseguendo oppure hanno richiesto le misure di comunità. Di questi:

  • –  50.189 le persone in messa alla prova (misure di comunità);
  • –  46.094 le persone che sono in affidamento in prova al servizio sociale;
  • –  21.771 in detenzione domiciliare;
  • –  1.933 in uno stato di semilibertà.
  • –  Attività svolte all’interno del carcere a favore delle persone recluse (dall’ascolto, alla distribuzione di beni di prima necessità, a percorsi di sostegno, educativi, culturali, percorsi di formazione personale e professionalizzante, dall’orientamento al lavoro, a tirocini, ad attivazione di posti di lavoro in carcere, ecc.)
  • –  Attività svolte all’esterno del carcere per permettere la fruizione delle misure di comunità, in particolare per coloro che per mancanza di mezzi ne avrebbero dovuto rinunciare, pur avendone diritto. Ciò implica oltre l’accoglienza diurna e notturna, l’attivazione di percorsi di reinserimento sociale, di formazione professionale, di accompagnamento al lavoro, al ricongiungimento con le famiglie, così come un sostegno psicologico e alla genitorialità. Altre attività vedono come destinatari ex detenuti dove il supporto, in particolare nei mesi successivi al fine pena, ha lo scopo di facilitare il reinserimento nella comunità e al raggiungimento dell’autonomia (casa, lavoro, affetti). La messa a disposizione di spazi all’interno dei servizi Caritas e di percorsi di accompagnamento volti a sostenere un percorso di consapevolezza delle proprie responsabilità è quanto è offerto come opportunità a chi è sottoposto alla misura della Messa alla prova (MAP) o ai Lavori di pubblica utilità (LPU). Accoglienza è offerta anche per permettere la fruizione di permessi premio.

Il sistema carcerario in Italia è caratterizzato da alcune criticità: il sovraffollamento, la conseguente  difficoltà di gestione e di avvio di attività educative, mirate al reinserimento delle persone. Nel 2024  (fino al 30 settembre), i detenuti presenti nei 189 istituti penitenziari italiani risultano 61.862, a  fronte dei 51.196 posti disponibili. Le persone in esubero sono dunque oltre 10mila.  Le Caritas diocesane che operano all’interno dell’ambito Giustizia svolgono numerose attività che ruotano intorno a quattro dimensioni di lavoro:

  • –  Sostegno alle famiglie di detenuti (ascolto, accoglienza, percorsi di orientamento, sostegno alla genitorialità, ecc.)
  • –  Attività di sensibilizzazione, informazione e animazione della comunità (sensibilizzazione parrocchie, sensibilizzazione scuole, sensibilizzazione cittadinanza, sensibilizzazione aziende, ecc.).

Favorire l’applicazione delle misure di comunità può essere uno strumento concreto per adottare un nuovo paradigma di giustizia che dalla pena coercitiva passa ad una giustizia di comunità, fino alla giustizia riparativa. Le attività legate all’inserimento di chi ne beneficia assorbono numerose Caritas diocesane, pertanto, si è deciso di condurre uno studio qualitativo al fine di approfondire alcuni aspetti attraverso gli occhi e le voci di chi ne usufruisce: sono stati condotti 17 colloqui in profondità e un focus group con i referenti giustizia, coinvolgendo le Caritas diocesane di Firenze, Cuneo- Fossano, Palermo, Trani-Barletta-Bisceglie e Verona. In sintesi, i beneficiari narrano le misure di comunità come un’opportunità, una restituzione alla comunità che, al contempo, offre opportunità di cambiamento e maturazione personale. Dall’analisi delle parole degli intervistati, emergono alcune aree tematiche molto chiare, riportate da parole ricorrenti come “oltre”, “daccapo”, “ricominciare”: le misure di comunità offrono la possibilità di ricostruirsi una vita, anzi sembra che permettano uno spazio in cui sia possibile pensare al futuro. In particolare, dall’analisi delle parole citate che hanno attinenza con le misure di comunità e quelle che si riferiscono al vissuto in carcere (i 2/3 degli intervistatati), si evidenziano due aree semantiche quasi diametralmente opposte che bene raccontano le due esperienze: la speranza si contrappone alla disperazione, l’attivazione per aiutare gli altri si contrappone alla passività, la generatività alla stasi (al tempo che non passa mai), il coraggio e la determinazione allo stress e alla tensione. L’area semantica connessa alle misure alternative, genera un’idea di giustizia in cui è effettivamente possibile il reinserimento e la rieducazione; al contrario, nell’area semantica del vissuto in carcere prevale un’idea della pena finalizzata alla punizione, senza intravedere i presupposti per un cambiamento reale nella vita della maggior parte dei detenuti.

Il problema abitativo in Italia. Dal fenomeno alle risposte della comunita

Nell’assenza di un piano nazionale di rilancio delle politiche abitative, il disagio attorno alla dimensione casa continua a permanere ad alti livelli. In Italia un milione e mezzo di famiglie vive in abitazioni sovraffollate, poco luminose e senza servizi come l’acqua corrente in bagno. Il 5 per cento dei nuclei fa fatica a pagare le rate del mutuo o l’affitto e le bollette. Di questi, la maggior parte non ha una casa di proprietà. Le sentenze di sfratto per morosità nel 2023 sono state 30.702 rispetto alle 33.522 del consuntivo 2022. Le sentenze per morosità restano la principale motivazione di sfratto: sul totale delle nuove sentenze, quelle per morosità sono pari al 78%. L’83% degli edifici residenziali è stato costruito prima del 1990 e il 57% risale a prima degli anni ’70. Gli edifici in classe F e G sono più del 60%. Per adeguarsi alle direttive UE serviranno investimenti tra gli 800 e i 1.000 miliardi di euro. Presso i centri di Ascolto Caritas, la dimensione abitativa risulta il terzo tra i problemi riportati, coinvolgendo il 22,7% dell’utenza in Italia (su un totale di circa 270mila beneficiari dell’azione Caritas). Tale percentuale aumenta al 27% se si considerano solo le persone straniere mentre si riduce al 17,6% se si osservano i nuclei con cittadinanza italiana, segnale di una costante discriminazione nell’accesso alla casa che riguarda ormai qualsiasi ambito territoriale. Eppure, le risposte istituzionali diminuiscono: dal 2022, i due pilastri delle politiche abitative socioassistenziali (Fondo locazioni e Fondo morosità incolpevole), non sono stati più rifinanziati. Ogni anno le Caritas diocesane implementano 70/80 progetti socioassistenziali sul tema casa, che coinvolgono non solo le Caritas ma anche associazioni, cooperative o altri enti presenti nei territori. In 6 anni (escluso il 2020 per la pandemia) sono stati realizzati 386 progetti, pari ad un impegno di oltre 42 milioni di euro tra 8xmille e cofinanziamenti delle diocesi. I target di riferimento spaziano dagli anziani ai senza dimora, dalle famiglie straniere ai giovani studenti fuori sede.

L’impatto sociale degli interventi caritativi: l’esperienza dei progetti 8×1000 Caritas

Nel complesso, i progetti Caritas 8×1000 svolti nel 2023 sul territorio nazionale sono stati 430. Il 20%deglistessièdedicatoall’accompagnamento,tramitelarealizzazionediservizi socioeducativi per minori, adulti e anziani, l’attivazione di centri diurni e di socializzazione e attività volte al contrasto della povertà educativa. Il 18,6% è invece dedicato all’ambito dell’abitare, con servizi di accoglienza, comunità e housing, mentre il 18,3% è volto al sostenimento, tramite l’erogazione di cibo e aiuti materiali, attività delle mense ed empori. L’ambito dedicato alla promozione è il 14% del totale dei progetti realizzati, con la realizzazione di attività di formazione professionale e inserimento lavorativo. Gli ambiti progettuali dedicati alla condivisione ecura rappresentano circa il 5% dei progetti realizzati, con attività volte alla formazione giovanile e all’educazione sanitaria. Infine, il 3,7% dei progetti riguarda la libertà per educare, con attività e servizi finalizzati alla giustizia riparativa e sociale. Uno studio condotto dall’Università Sant’Anna di Pisa su un campione di 46 Caritas diocesane (20% delle Caritas diocesane italiane che hanno sviluppato progetti finanziati dai fondi 8×1000 nel 2023), consente di approfondire gli esiti di impatto sociale dei progetti sulla vita dei beneficiari: in media, l’86% dei beneficiati ritiene che il progetto li abbia aiutati a superare positivamente il proprio bisogno specifico. La soddisfazione più alta si registra nell’ambito delle fragilità minorili (93,3%). L’80,8% dei beneficiari ritiene inoltre che le nuove relazioni instaurate grazie al progetto abbiano migliorato la propria condizione di vita (89,3% nell’ambito lavorativo).

 

Le nuove misure contro la poverta: Assegno di Inclusione e Supporto alla formazione lavoro, primi dati e domande

Il passaggio alle nuove misure contro la povertà, Assegno di inclusione e Supporto alla Formazione e al lavoro (che tra il 2023 e il 2024 hanno sostituito il Reddito di Cittadinanza), segna un cambiamento profondo nell’approccio alla povertà: con queste misure, il diritto a ricevere sostegno non è più garantito “solo” in base alla condizione di povertà. Ora l’ADI (ad oggi percepito da 697.640 famiglie) è destinato solamente a nuclei familiari con persone non occupabili, come minori e disabili, mentre il SFL pè riservato a chi è ritenuto occupabile e richiede percorsi formativi per il reinserimento lavorativo. Questa distinzione ha ridotto della metà il numero di famiglie raggiunte rispetto al RDC, lasciando senza supporto 331.000 nuclei, molti dei quali sono residenti al Nord, vivono in affitto o sono nuclei monocomponenti, categorie escluse per via dei nuovi criteri in vigore. Sebbene esista una clausola di accesso per chi è in “condizione di svantaggio” (come senza dimora o vittime di tratta), il numero di beneficiari rimane limitato a causa di iter burocratici lunghi e vincolanti. A livello territoriale, l’ADI mostra una copertura maggiore nelle regioni del Sud, ma solo in alcune aree la misura raggiunge un’incidenza significativa (fino al 7%), mentre al Nord, dove la povertà è in crescita, l’incidenza dell’ADI non supera l’1%. Nel frattempo, il ruolo della Caritas è diventato cruciale: durante la transizione, molte famiglie si sono trovate senza sostegno e hanno dovuto fare affidamento su di essa. Anche per chi riceve la misura il supporto nel contatto con i servizi pubblici è diventano fondamentale per orientarsi tra procedure complesse e burocrazia digitale. La Caritas, che sta monitorando l’attuazione delle nuove misure, sottolinea fin d’ora l’urgenza di ampliare la copertura di ADI e SFL, migliorare la chiarezza e semplificare l’accesso, auspicando il ripristino di un sistema di sostegno universale e continuativo che eviti l’esclusione delle tante persone in povertà assoluta presenti nel nostro paese.

In sintesi Il passaggio all’ADI segna:

1.La fine dell’universalismo delle misure di sostegno alla povertà: Con le nuove misure ADI e SFL, l’Italia abbandona il principio di supporto universale “solo perché si è poveri”. L’ADI si rivolge ai nuclei con persone non occupabili (minori, disabili, anziani), mentre il SFL è per gli occupabili, individuati in base all’assenza di carichi di cura.

2.Si riduce della metà il numero di persone raggiunte dalle misure nazionali di sostegno alla povertà (dati Inps): Rispetto al RDC, l’ADI riduce drasticamente la platea di beneficiari, coprendo circa il 50% in meno di famiglie nei primi sei mesi del 2024 rispetto allo stesso periodo del 2023.

3.I nuclei “esodati” dal RDC: Circa 331.000 nuclei familiari hanno perso il RDC senza accedere all’ADI; di questi, il 57% non ha presentato domanda e il 43% ha visto la propria richiesta respinta.

4.Le categorie più penalizzate nel passaggio dal RDC a ADI e SFL (dati Inps): nuclei monocomponenti, quelli residenti al Nord e quelli in affitto sono i gruppi più frequentemente esclusi dal nuovo supporto ADI.

5.Disomogeneità Territoriale dell’ADI e povertà (dati Caritas): Il supporto dell’ADI varia geograficamente, con maggiore incidenza nel Sud Italia (fino al 7% in regioni come Campania e Sicilia) e meno dell’1% nelle regioni settentrionali, dove la povertà è in aumento.

6.Un iter poco amichevole per i più svantaggiati (dati Inps): Nonostante la possibilità per chi è in “condizione di svantaggio” (senza dimora, vittime di tratta, ex detenuti) di accedere all’ADI, il numero di beneficiari è molto ridotto a causa di un iter di accesso complesso e vincolante.

7.I bassi numeri del Supporto alla formazione e al lavoro (dati Inps): Il SFL, pensato per il reinserimento lavorativo attraverso percorsi formativi, ha dimostrato un impatto ridotto, con poche  persone coinvolte e percorsi di breve durata (mediamente 3-4 mesi), insufficienti a garantire un effettivo reinserimento nel mercato del lavoro.

8.Il ruolo delle Caritas, prima e durante l’ADI (dati Caritas): Durante il passaggio dal RDC all’ADI, la Caritas ha svolto un ruolo fondamentale, supportando le famiglie rimaste senza aiuto e offrendo assistenza pratica e orientamento.

9.Barriere burocratiche e digitali (dati Caritas): la mancanza di competenze digitali e la difficoltà nel navigare tra enti e pubbliche amministrazioni sono state riscontrate come barriere significative, che complicano ulteriormente l’accesso e la gestione dell’ADI. Questo è stato anche l’aiuto che le Caritas hanno offerto alle persone

10.Prospettive di advocacy e miglioramento: La Caritas suggerisce la necessità di migliorare la copertura per garantire il supporto ai poveri esclusi, riequilibrare gli importi per compensare le aree del paese in cui la povertà è in aumento (Centro e Nord), semplificare le procedure e ripristinare un sistema di supporto universale e continuativo per una maggiore equità nel contrasto alla povertà.

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