di Riccardo Bizzarri (*)
Roma, 2025. Presentazione ufficiale del Rapporto Osmed: luci, microfoni, sorrisi plastificati, slide colorate con grafici che sembrano sempre in salita, come se la sanità italiana fosse un treno ad alta velocità e non un regionale in ritardo. Tutto procede secondo copione, finché qualcuno, peggio di un temporale durante il taglio del nastro, decide di dire la verità.
Giovanni Pavesi, direttore amministrativo dell’AIFA, prende la parola e osa ciò che nessuno dovrebbe mai fare in una cerimonia istituzionale: dire che le cose non vanno così bene. Parla di “strumenti di controllo da affinare”, di “visioni meno ottimiste”, di “tetti di spesa pronti a saltare”. Insomma, bestemmia nel tempio del PowerPoint.
Ma la vera perla arriva quando osa pronunciare la parola proibita: trasparenza.
In quel preciso momento, si gela la sala. Le mascherine invisibili calano sui volti.
E dal lato opposto del tavolo, il direttore tecnico-scientifico Pierluigi Russo lo fulmina con un “Sei inopportuno”.
Il più elegante dei sinonimi di “hai detto troppo”. Una parola che, in Italia, non serve per fermare gli errori, ma per fermare chi li nomina. E mentre i due dirigenti si lanciano stilettate con il sorriso, il pubblico applaude confuso, i giornalisti prendono appunti e il microfono si spegne un secondo troppo tardi, come in tutte le migliori commedie del potere.
Pavesi voleva più trasparenza, Russo più discrezione. In mezzo, l’Agenzia del Farmaco: quella che dovrebbe garantire che le medicine funzionino, ma che ogni tanto sembra più impegnata a curare i sintomi del dissenso che quelli dei cittadini.
Alla fine, resta la sensazione che in Italia la sanità non sia solo pubblica: sia anche pubblicitaria. Ogni presentazione è uno spot, ogni dato un claim, ogni voce fuori copione un errore tecnico da silenziare.
E così, tra un “non è vero” e un “sei inopportuno”, si chiude la scena.
Non c’è bisogno di un comunicato ufficiale: è tutto finito.
Finita la pazienza, finita la fiducia, finita la trasparenza, che ormai, a quanto pare, è rimborsabile solo con ricetta.
(*) Giornalista
