Politica

  Referendum senza quorum: la sinistra inciampa, la destra incassa e rilancia

di Viola Scipioni

Il referendum non ha raggiunto il quorum. Con un’affluenza ferma intorno al 30%, la consultazione su cinque quesiti legati a lavoro e cittadinanza ha sancito una sonora battuta d’arresto per la nuova sinistra italiana. E mentre il centrodestra celebra il risultato come una vittoria strategica, la maggioranza dei promotori appare colta di sorpresa dalla portata dell’astensione.

Il quesito che più divideva il Paese – quello sulla cittadinanza, volto a dimezzare da dieci a cinque anni il tempo di residenza per poter presentare la domanda – ha raccolto circa 9 milioni di voti favorevoli, ben lontani dalla soglia minima di 12,7 milioni necessaria per rendere valido il risultato. Un segnale allarmante per il centrosinistra, vista la mancata mobilitazione dell’elettorato progressista. L’Istituto Cattaneo ha segnalato come «una parte significativa degli elettori del Pd e del M5S ha votato “no” o ha scelto di astenersi», con il caso emblematico di Bologna e Firenze dove «una percentuale consistente degli elettori ha votato contro la cittadinanza».

La spaccatura è evidente. Nei piccoli centri (fino a 15mila abitanti) l’affluenza si è fermata al 28%, mentre ha toccato il 37% nelle grandi città con oltre 350mila residenti. A nulla sono valse le chiamate al voto lanciate in extremis da CGIL e partiti promotori: la diserzione dalle urne è stata trasversale e strutturale.

Per il centrodestra, che non aveva mai nascosto la propria strategia astensionista, è tempo di passare al contrattacco. Già poche ore dopo la chiusura delle urne, Forza Italia ha presentato in Senato una proposta per «rafforzare» il meccanismo referendario: raddoppiare le firme necessarie da 500mila a un milione, e aumentare da cinque a dieci i consigli regionali promotori. «Vogliamo che il referendum sia uno strumento serio, non un pretesto per fare opposizione», ha dichiarato il capogruppo al Senato Lucio Malan (FdI). Maurizio Gasparri (FI) ha ribadito: «non vogliamo superare lo strumento, ma garantire un maggiore sostegno popolare in un’epoca in cui la raccolta firme è facilitata dalle tecnologie».

Ma è il centrosinistra a leccarsi le ferite, con riflessioni dolorose sulla capacità di rappresentanza. Il segretario della CGIL, Maurizio Landini, risulta tra i più colpiti, dopo aver fortemente voluto la consultazione. Da prossimo presunto segretario del Pd, per alcuni osservatori quello di Landini potrebbe essere il tramonto della sua ambizione politica, ma, nonostante ciò, è l’unico che a sinistra ammette la sconfitta: «il nostro obiettivo era raggiungere il quorum, è chiaro che non lo abbiamo raggiunto. Oggi non è una giornata di vittoria». Altrettanto in discussione è la leadership di Elly Schlein: nonostante il controllo interno sul Pd, il flop del referendum espone il partito a critiche interne e richieste di una svolta. Questa è stata una sconfitta politica netta, è impossibile mascherarla dietro i voti assoluti raccolti su singoli quesiti: «hanno votato più elettori di quelli che hanno votato la destra mandando Meloni al governo nel 2022», avrebbe dichiarato, infatti, la leader dem. Perché la sinistra non perde mai e forse è proprio questo il motivo per il quale l’elettorato – ma l’Italia tutta – fa così tanto difficoltà ad appoggiare le riforme dell’attuale opposizione.

Il quesito cuore simbolico sulla cittadinanza è quello che ne esce più sconfitto e indebolito. La cittadinanza, infatti, non può diventare materia referendaria, soprattutto perché la sinistra non è riuscita a spiegare questa complessità al suo stesso elettorato. Peggio: parte di esso ha votato contro. Perché il cittadino comune dovrebbe votare su un quesito che spetta essere esaminato dalle istituzioni?

Secondo il quadro tracciato dall’Istituto Cattaneo, il risultato del referendum rispecchia i voti raccolti dai partiti di governo nel 2022, ma non ha coinvolto l’ampiezza dell’elettorato potenziale del “campo largo”. L’idea che questo 30% possa essere letto come un sondaggio positivo è un’illusione. Il dato, al netto delle zone dove si è votato di più, è negativo a livello nazionale. È difficile trovare attenuanti.

Il referendum, promosso in nome di una stagione di diritti, rischia così di chiudersi con un contraccolpo duraturo. Un’occasione mancata per la sinistra, che non solo non ha convinto il Paese, ma si è vista respingere una proposta identitaria da parte del proprio stesso campo. Ora, mentre la maggioranza di governo imposta una riforma costituzionale in chiave restrittiva, nel centrosinistra si apre la resa dei conti. E la domanda su chi sarà in grado di raccogliere le forze progressiste in un progetto elettorale vincente resta ancora senza risposta.

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