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I nuovi dazi cambieranno di poco la politica estera di Trump, mentre il suo problema è la Cina
di Giuliano Longo (*) La Corte Suprema ha stabilito che i dazi imposti da Trump ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act del 1977 che si fonda su differenti basi giuridico – costituzionali. Ciononostante Trump nell’arco di i 24 ore ha firmato due ordini esecutivi prima per tariffe del 10% e subito dopo del 15% annunciando che il suo team “determinerà ed emetterà i nuovi dazi legalmente ammissibili nel giro di pochi mesi“. Finora, ha utilizzato queste misure come armi finanziarie di distruzione economica di massa, con tariffe estreme – grazie alla dipendenza dagli USA del Mercato globale che contiene il deficit commerciale degli Stati Uniti. Se gli altri Paesi – dall’Europa all’Asia – non avessero negoziato nuovi accordi commerciali con gli Stati Uniti la maggior parte di loro – con la notevole l’eccezione della Cina, – avrebbero dovuto riorientare radicalmente le loro esportazioni. Alcuni di questi accordi sono anche soggetti a condizioni strategiche, come quello indo-americano che obbliga l’India a azzerare le sue importazioni di petrolio russo, cosa negata da Delhi che tuttavia a gennaio ha già ridotto tali importazioni del 23,5%. Certamente la sentenza della Corte Suprema incide anche sulla politica estera di Trump, poiché non può più imporre tariffe estreme a tempo indeterminato a chiunque desideri – almeno per “i prossimi pochi mesi” – mentre il suo team decide come applicare altre basi giuridiche che comunque comportano limiti temporali e riducono la potenza di queste armi finanziarie sinora adottate. Il Segretario al Tesoro Scott Bennett che ritiene che le nuove soluzioni alternative si tradurranno in “entrate tariffarie praticamente invariate nel 2026″, mentre altri esperti Repubblicani ipotizzano che il ciclo imposto di 150 giorni ai sensi della Sezione 122, potrebbe essere riavviato anche se il Congresso negasse il suo assenso. Ma a ben vedere questo complica solo leggermente la politica estera di Trump – l’unica eccezione della Cina peserà se sarà più difficile raggiungere un accordo quando Trump si recherà Pechino dal 31 marzo al 2 aprile, data non ancora confermata ufficialmente. La maggior parte dei dettagli fi tali accordi potrebbe essere già stata concordata e questo potrebbe essere il motivo per cui il viaggio è stato annunciato, ma la situazione attuale potrebbe indurre il Presidente cinese Xi a non cedere alle richieste di Trump se non detiene più gli stessi poteri tariffari o quanto meno sono ridotti. In tal caso Trump potrebbe anche accontentarsi di un mezzo accordo rimandando quello serio e definitivo successivamente.. |
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| Trump non è pazzo – al pari di Putin – come alcuni osservatori liberal lo definiscono, perché – fuori dalle cronache e dai gossip più o meno ispirati – il team di Trump 2.0 sta inesorabilmente implementando la sua strategia contro la Cina.
L’obiettivo è costringerla a un accordo commerciale sbilanciato che la costringa al “riequilibrio dell’economia cinese verso i consumi delle famiglie”, come è scritto nel recente documento di Strategia sulla sicurezza nazionale USA.
Trump 2.0 non vuole entrare in guerra con la Cina – forse nemmeno per Taiwan – e vuole evitare le nefaste conclusioni cui era giunto l’imperialismo giapponese negli i anni 30 del secolo culminato con l’atomica su Hiroshima. E tanto meno vuole rischiare una nuova Pearl Harbour in nuove devastanti modalità.
Tuttavia esercitare troppa pressione economico-strutturale sulla Cina potrebbe spingerla a reagire militarmente, mentre invece è più pacifico – da parte USA – privarla gradualmente dall’accesso ai mercati e alle risorse globali, proprio con una serie di accordi commerciali, al fine di fornire agli Stati Uniti la leva per ostacolare pacificamente l’ascesa della Cina a superpotenza.
Politica a ben vedere perseguita da tutte le amministrazioni americane che si sono succedute da almeno 30 anni
Gli accordi commerciali degli Stati Uniti con l’ Ue e l’India sono i primi passi di questo ”accerchiamento”, ma anche l’operazione venezuelana – e oggi anche quella iraniana – tendono a privare Pechino delle sue importazioni di risorse energetiche limitandole gli accessi.
Per altro verso degli equilibri internazionali – per i quali tutto si collega comunque in una vision geopolitica globale – la Sentenza della Corte può anche influire sui colloqui in corso a Ginevra fra Russia- Usa – Ucraina.
Anche queste trattative sono sottoposte a enormi pressioni dalla Casa Bianca, ma il Cremlino è convito che perpetuare il conflitto Ucraino – e indebolire la Russia – offra agli americani la possibilità di aprissi la strada verso l’Asia Centrale dove il loro piano “Peace an Posperity” prelude solo ad enormi interessi economici oltre che strategici.
A questo Punto Putin è ancora in equilibrio con gli Stati Uniti per una partnership strategica incentrata sulle risorse con gli Stati Uniti in cambio di un compromesso sui suoi obiettivi massimalisti in Ucraina – oppure deve decidere se continuare il conflitto con una soluzione militare sul campo.
In quest’ultimo caso dovrebbe contare su un crescente sostegno cinese, in cambio dell’accesso illimitato della Cina alle sue risorse energetiche a prezzi stracciati, rafforzando, obiettivamente, Pechino nei confronti degli Stati Uniti e aiutandola a rafforzarsi sul piano militare.
Questo conferisce a Putin un certo potere nei confronti di Trump 2.0 che non pare nemmeno così intenzionato a raggiungere un accordo con Putin a tutti i costi, ed è in questo gioco – di cui Zelensky è solo una pedina – che Trump sinora non lo ha ancora tassativamente invitato a fare concessioni radicali che lo obbligherebbero verso un futuro, anche economico, sul quale gli Stati Uniti hanno già manifestato il loro interesse.
Una partita dalla quale l’Europa continua a venir esclusa nonostante la mozione di affetti inter-atlantici manifestati da Marco Rubio alla conferenza sella Sicurezza di Monaco, mentre si prefigura una Europa subalterna a Washington, oltre che ottimo cliente per l’acquisto di armi e tecnologia americana funzionale al riarmo UE.
Ad esclusine del Regno Unito sempre fedele vassallo dell’impero americano e che peraltro ha già prontamente minimizzato la sentenza della Corte e le nuove misure tariffarie di Trump
Parafrasando quindi il gioco degli scacchi: se Trump è (o vuole essere) il Re – Xi la Regina che percorre la scacchiera in ogni direzione – l’Europa l’Alfiere che si nuove obliquamente – gli alleati asiatici dell’America la Torre che si muove verticalmente e orizzontalmente a protezione del Re anche con l’Arrocco – Zelensky come a tanti altri il Pedone – a Putin resta il pezzo del Cavallo che non si muove obliquamente né verticalmente ma a Elle e può dare Scacco Matto, a questo punto della partita a Trump, solo con il pezzo che gli rimane: la Regina.
Fuor di parafrasi, anche la sorte dell’Ucraina potrebbe allora diventare vittima di uno scambio di interessi nella partita Washington e Pechino che probabilmente ha già interesse a tirare Mosca fuori dai guai i cui si è ficcata. (*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
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