di Emilio Orlando
L’unica certezza, che si è fatta largo in questi 36 lunghi anni dall’atroce delitto di via Poma, è quella che l’assassino di Simonetta Cesaroni conoscesse perfettamente il palazzo e che, con ogni probabilità, fosse una persona che lo frequentava abitualmente, forse addirittura un residente mai realmente approfondito dagli investigatori. L’ultimo sviluppo dell’inchiesta riaperta dalla Procura di Roma rappresenta soltanto un nuovo, piccolo passo nel tentativo di dare finalmente un nome al killer della ventenne, massacrata con 29 coltellate il 7 agosto 1990 negli uffici di via Poma, nel quartiere Prati. I magistrati hanno disposto l’analisi del Dna di sette persone, cinque uomini e due donne, mai iscritte nel registro degli indagati. Si tratta di professionisti che all’epoca abitavano nello stabile o di persone ritenute particolarmente vicine a chi lavorava negli uffici dove si consumò il delitto. L’esito degli accertamenti, però, non ha prodotto il risultato sperato: nessuno dei profili genetici analizzati coincide con le tracce biologiche repertate sulla scena del crimine e conservate per oltre tre decenni. L’accertamento tecnico irripetibile era stato affidato il 4 giugno scorso ai carabinieri del Ris, chiamati a confrontare i nuovi campioni con il materiale genetico isolato sugli indumenti della vittima, in particolare sul corpetto, sul reggiseno e sui calzini. Reperti custoditi fin dall’omicidio e oggi nuovamente esaminati grazie alle più moderne tecniche scientifiche, nella speranza che possano fornire quell’elemento investigativo mai emerso in passato. La nuova fase dell’inchiesta nasce dopo che il giudice per le indagini preliminari aveva respinto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, invitando gli investigatori a proseguire gli approfondimenti. La giudice Giulia Arceri, nel frattempo destinata a un altro incarico, dovrà essere sostituita da un nuovo magistrato che seguirà il fascicolo. Da oltre un anno e mezzo i carabinieri del Nucleo investigativo di via In Selci, coordinati dal sostituto procuratore Alessandro Lia, stanno ricostruendo ogni passaggio dell’inchiesta degli anni ’90. Vengono riesaminati verbali, reperti mai valorizzati, documentazione rimasta ai margini delle precedenti indagini e testimonianze che potrebbero offrire nuovi spunti investigativi. Nei prossimi mesi saranno ascoltate come persone informate sui fatti anche figure di primo piano delle istituzioni. Tra queste Carmine Belfiore, oggi vicecapo della Polizia di Stato ed ex questore di Roma, e Antonio Del Greco, che nel 1990 dirigeva la sezione Omicidi della Questura capitolina. Entrambi saranno chiamati a ricostruire circostanze e attività investigative svolte all’epoca. La Procura intende inoltre raccogliere le testimonianze di giornalisti e studiosi che negli anni hanno approfondito il caso, tra cui Giuseppe Pizzo, Igor Patruno, il criminologo Carmelo Lavorino, autore di numerose analisi critiche sull’indagine, oltre a chi scrive.
(*) La Presse
