di Emilio Orlando
(LaPresse) – Faide armate e regolamenti di conti tra i narcos della Magliana e il clan Senese tornano al centro delle cronache giudiziarie romane. Un conflitto sanguinoso nato dopo l’omicidio di Andrea Gioacchini, ucciso a colpi di pistola il 10 gennaio 2019 e che, secondo gli investigatori, avrebbe alimentato progetti di vendetta, traffici internazionali di droga e piani studiati nei minimi dettagli per nuovi agguati. Proprio da quell’esecuzione, maturata negli equilibri criminali della Capitale, sono partite le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo di Roma che all’alba di venerdì hanno portato a un maxi blitz tra Trullo e Magliana con sette arresti. In carcere sono finiti Sergio Gioacchini, fratello della vittima, Roberto Caputo, Federico De Pellegrin, Tiziano Foschetti, Emiliano Di Maria, Francesco Di Piazza e Andrea Curatolo. Le accuse, contestate a vario titolo dalla Direzione distrettuale antimafia, e riportate dalla gip, Maria Gaspari, del tribunale di Roma, vanno dall’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti allo spaccio, passando per estorsione aggravata, detenzione illegale di armi e sfruttamento della prostituzione.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il gruppo avrebbe gestito un vasto traffico di cocaina e hashish con collegamenti diretti sia con il Sudamerica sia con i cartelli albanesi attivi nel Nord Italia. La droga, in particolare, sarebbe arrivata anche attraverso il porto di Rotterdam, uno dei principali hub europei del narcotraffico, per poi essere smistata verso il mercato romano attraverso una rete di intermediari e corrieri. L’inchiesta, per cui sono state effettuate intercettazioni telefoniche, ambientali e acquisite chat criptate, ha documentato la capacità del sodalizio di trattare enormi quantitativi di stupefacente. In un episodio gli indagati avrebbero avuto la disponibilità di circa 500 chili di hashish oltre a importanti partite di cocaina purissima dal valore di centinaia di migliaia di euro. Parte della droga veniva nascosta in locali condominiali trasformati in depositi. Ma dalle conversazioni captate è emerso un aspetto inquietante; la ricerca di armi da guerra per organizzare omicidi. I due capi del gruppo parlavano della necessità di reperire fucili d’assalto, armi a pompa e pistole con silenziatore per colpire presunti rivali. Tra gli obiettivi citati nelle chat figurerebbero Ugo Di Giovanni, storico esponente del clan Senese ritenuto vicino agli ambienti accusati della morte di Andrea Gioacchini, ed Ettore Abramo, ultrà laziale legato all’universo criminale orbitante attorno a Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, ex capo degli irriducibili della Lazio assassinato il 7 agosto del 2019 su una panchine del parco degli Acquedotti al Tuscolano. Nel corso delle perquisizioni i carabinieri hanno sequestrato un arsenale composto da un Kalashnikov Ak47, una mitraglietta Skorpion, un fucile a canne mozze, una pistola, munizioni e un giubbotto antiproiettile. Trovati anche oltre 700 grammi di cocaina, hashish, mannite per il taglio della droga, 15 mila euro in contanti e tre orologi di lusso. Due persone, non raggiunte dalle misure cautelari, sono state arrestate in flagranza. L’indagine ha inoltre fatto emergere episodi di violenza e sopraffazione interna al gruppo. Per recuperare un debito di 20mila euro maturato nel narcotraffico, gli indagati avrebbero ordinato il pestaggio di un collaboratore, ridotto in fin di vita con gravi ferite al volto e un polmone perforato. Contestato anche lo sfruttamento della prostituzione ai danni di una donna tossicodipendente costretta a consegnare gran parte degli incassi al clan tramite ricariche Postepay.
