di Giuliano Longo
Durante il discorso alla Nazione Putin affermava che l’economia del Paese “va alla grande”, tuttavia la contrazione del Pil alla fine del 2022 è stata di circa il 3% rispetto all’anno precedente. Un risultato migliore rispetto alle previsioni di numerosi esperti comprese quelle del Ministero delle Finanze e della Banca Centrale di Mosca.
Fra gli elementi che spiegano il mancato crollo, un notevole surplus commerciale combinato a forti entrate dell’export accompagnato da una forte azione governativa a sostegno dell’economia; un bilanciamento involontario tra le sanzioni finanziarie e quelle commerciali.
Già nel 2021 era possibile osservare un significativo surplus commerciale, dovuto principalmente all’aumento dei prezzi dell’energia alla ripresa post-pandemica. Dal marzo 2022 – subito dopo l’invasione – la Russia si è ritrovata con le importazioni dimezzate a causa delle sanzion che non hanno colpito l’export fino a quelle sul petrolio nel dicembre 2022, ma con precedenti rendite enormi con l’impennata dei prezzi dell’energia. Secondo i dati del 2022, l’avanzo della bilancia commerciale rappresenta più del 10% del Pil con un valore superiore a quello registrato in Cina al culmine della crescita delle esportazioni a metà degli anni 2000.
Una crisi si verifica in condizioni di deficit commerciale con la fuga di capitali, ma sino ad oggi Mosca ha evitato politiche di austerità poiché l’impossibilità di acquistare molti beni di importazione paradossalmente ha massimizzato gli effetti positivi dei flussi di valuta estera provenienti dalle esportazioni. Quindi le sanzioni finanziarie e sulle importazioni non sono ancora sufficienti a bloccare un’economia nel breve periodo, anche se stanno lentamente riducendo il potenziale produttivo russo. Parecchie imprese hanno dovuto ridurre i livelli di produzione, anche dell’80% come nel settore metalmeccanico, ma non si è assistito a una crisi generalizzata perché il Governo è intervenuto con generosi sussidi attingendo dal bilancio statalee inoltre, altro paradosso, le restrizioni sull’import hanno creato l’impossibilità di acquistare beni e servizi esteri stimolando la domanda interna in diversi settori. Mentre le crisi classiche generano un clima di insicurezza economica, con gli individui più propensi al risparmio e alla sopravvivenza che al consumo, in Russia non si è verificato nulla di tutto ciò e non sono stati registrati cali della domanda. Sotto il profilo finanziario il sistema bancario della Federazione è stato tagliato fuori dal mercato internazionale e gli investitori stranieri non possono più investire in attività denominate in rubli proteggendo la Russia dalla speculazione che sicuramente sarebbe avvenuta in previsione delle sanzioni sull’export del dicembre 2022 e febbraio 2023. Così i tassi di cambio sono attualmente determinati soprattutto dalla bilancia commerciale, oltre al fatto che l’afflusso di valuta estera continua a generare surplus, mentre la domanda interna sia di valuta estera sia di rubli è ancora presente. Tuttavia lo stesso Fondo Monetario internazionale (FMI) prevede che la situazione macroeconomica russa nel 2023 non sarà molto diversa dall’anno precedente, anche se il 2023 vedrà una riduzione dei ricavi dall’export a causa delle nuove sanzioni, una svalutazione del rublo già in atto, un calo del flusso di capitali in entrata e crescenti problemi di finanziamento dell’economia, sia in termini bancari sia produttivi.
aggiornamento la guerra di Putin ore 14.37
