“La montagna-terapia non significa semplicemente andare in montagna, ma partecipare a percorsi strutturati progettati da équipe multidisciplinari. Si tratta di utilizzare in modo intenzionale le possibilità offerte dall’ambiente naturale per raggiungere obiettivi terapeutici, riabilitativi ed educativi. L’esperienza in ambiente favorisce autonomia, consapevolezza corporea, relazione e motivazione: elementi fondamentali nei percorsi di cura, soprattutto per chi convive con patologie croniche o condizioni di fragilità”. Lo ha detto Roberta Sabbion, presidente Simont, la società scientifica che in Italia si occupa di progetti clinico riabilitativi ed educativi in ambiente montano, annunciando la serata evento ‘Si può andare in montagna con una malattia degenerativa?’ in programma domani sera a Riva del Garda, in Trentino. Sabbion ha anticipato la risposta al quesito sottolineando che “il tipo di attività cambia in base al risultato che si vuole ottenere: escursionismo, arrampicata, percorsi progressivi, esperienze di adattamento. Ciò che conta è il progetto riabilitativo. Gli ambiti di applicazione sono molto ampi: disturbi psichiatrici, dipendenze, disabilità fisiche e cognitive, disturbi del neurosviluppo, ma anche alcune patologie organiche, dove l’obiettivo è il miglioramento funzionale. In ambiente emergono risorse che spesso in ambulatorio non si manifestano. Si parte dall’esperienza vissuta e poi la si rielabora insieme”. La serata si ispira a un messaggio chiaro: la persona non è la malattia. In Trentino si stimano circa 2.000 casi di Parkinson, secondo i dati dell’Azienda sanitaria con cui collabora l’Associazione Parkinson Trento. La presidente Maria Grazia Zorzi ha spiegato che “l’associazione è un punto di riferimento per le persone con Parkinson, per i familiari e per i caregiver su tutto il territorio provinciale. Non operiamo solo su Trento città, ma in diverse sedi distribuite in Trentino, dove offriamo informazione, attività riabilitative, momenti di socializzazione e supporto nella vita quotidiana. Sono molte le famiglie che convivono con questa condizione, che non coinvolge solo chi riceve la diagnosi ma modifica profondamente relazioni, ritmi e organizzazione della vita di tutti i giorni. È ormai scientificamente dimostrato che l’attività fisica costante, insieme alla socializzazione, contribuisce a rallentare il decorso della malattia e a mantenere più a lungo autonomia e qualità della vita”. Un altro aspetto fondamentale è contrastare l’isolamento che spesso segue la diagnosi. “Molte persone tendono a chiudersi o a nascondere la propria condizione, con effetti negativi sulla qualità della vita – ha aggiunto Zorzi -. Il nostro obiettivo è aiutare ad affrontare la malattia in modo attivo, attraverso socializzazione, attività motorie e momenti di condivisione. Incontri come questo aiutano a cambiare lo sguardo: mostrano che è possibile continuare a vivere esperienze significative, mantenere relazioni attive e costruire nuovi obiettivi. La testimonianza che porteremo andrà proprio in questa direzione”.
