Medicina

Salute: studio Parma, volpi e uccelli sentinelle contro super batteri

Nel 2024 quasi 4 italiani su 10 hanno ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici, con una prevalenza nei primi quattro anni di vita e negli over 85. Ma se i dati dell’ultimo Rapporto Aifa sull’uso degli antibiotici in Italia confermano un utilizzo più elevato di questi farmaci rispetto alla gran parte dei Paesi europei, un aiuto per intercettare la diffusione di superbug resistenti agli agli antibiotici nell’ambiente può arrivare dalla fauna selvatica, in particolare da volpi e uccelli. A suggerirlo è uno studio italiano pubblicato su ‘Frontiers in Microbiology’. Un lavoro partito da una scoperta: la Klebsiella pneumoniae, uno dei super batteri presenti nella lista nera dell’Organizzazione mondiale della sanità, si è diffusa ben oltre le aree direttamente esposte agli antibiotici. “Abbiamo isolato un clone ST307 ad alto rischio di K. pneumoniae e la carbapenemasi NDM-5, una variante enzimatica in grado di inattivare gli antibiotici, in animali selvatici che vivono lontano dalle attività umane”, spiega Mauro Conter, professore associato presso il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Parma. “Questo conferma il ruolo della fauna selvatica come serbatoio di resistenza clinicamente rilevante. Il che significa anche che la sorveglianza della fauna selvatica potrebbe fornire un sistema di allerta precoce per la diffusione della resistenza agli antibiorci al di fuori degli ambienti clinici”. I ricercatori hanno esaminato quasi 500 campioni fecali di animali selvatici, provenienti da volpi rosse (184 campioni), corvi e gazze (209) e diverse specie di uccelli acquatici (100). Il team li ha prelevati da questi animali durante i loro spostamenti in aree urbane, rurali e selvatiche. Gli animali hanno intercettato la resistenza antimicrobica attraverso ecosistemi e regioni pur senza essere mai stati direttamente esposti agli antibiotici. Se le volpi contribuiscono alla diffusione a breve raggio della resistenza a questi farmaci, gli uccelli possono agire su lunghe distanze per via aerea. Il super batterio è stato riscontrato nel 2% dei campioni. “Anche una prevalenza del 2% nella fauna selvatica rappresenta una contaminazione ambientale da parte di cloni ad alto rischio. La Klebsiella pneumoniae si diffonde facilmente attraverso l’acqua e i rifiuti, creando un ciclo continuo di resistenza uomo-animale-ambiente”, ha sottolineato Conter. Non solo. “Il nostro studio ha dimostrato che la resistenza agli antibiotici nella fauna selvatica supera i tassi clinici”, ha spiegato Conter. “Il 100% degli isolati di K. pneumoniae provenienti dalla fauna selvatica nel nostro studio era resistente alle cefalosporine di terza generazione” contro solo il 19,6% degli isolati di K. pneumoniae provenienti da pazienti umani, “secondo gli ultimi dati di sorveglianza del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie”, continua l’esperto.
Per contrastare la diffusione di batteri resistenti agli antibiotici negli ecosistemi non direttamente esposti agli antibiotici, è necessario ridurre l’inquinamento delle acque reflue, migliorare il trattamento delle acque di scarico e promuovere un uso più prudente degli antibiotici negli allevamenti, hanno aggiunto i ricercatori. “Un problema complesso, che richiede soluzioni ‘One Health’ che affrontino l’inquinamento da antibiotici, i cambiamenti comportamentali della fauna selvatica indotti dai cambiamenti climatici e le dinamiche delle popolazioni batteriche”, ha concluso Conter. “I nostri dati giustificano il monitoraggio di routine della resistenza antimicrobica nella fauna selvatica come sistema di allerta precoce per la salute pubblica”.

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