Obiettivi di salute condivisi, percorsi di cura integrati e una sola regia pubblica: la vera riforma passa dall’uso intelligente del privato accreditato.
Presidente Greco, lei parla di “obiettivi di salute per tutti”. Cosa significa concretamente?
«Significa partire da un presupposto non negoziabile: il Servizio sanitario nazionale è uno e unico, e deve rispondere ai bisogni reali dei cittadini nei territori. Gli obiettivi di salute non possono essere frammentati tra pubblico e privato, né affidati a logiche di volume. La vera sinergia nasce quando il privato accreditato smette di essere un semplice erogatore di prestazioni e diventa una “gamba” strutturale del SSN, responsabile non solo dell’atto sanitario ma dell’intero percorso assistenziale».
Lei critica il modello basato sui volumi. Perché non funziona più?
«Perché ha prodotto una sanità parallela. Il privato convenzionato, per come è stato regolato finora, è stato spesso spinto a concentrarsi su prestazioni rapide, programmabili e remunerative, lasciando al pubblico il peso dell’emergenza, della complessità e delle complicanze. Questo non è integrazione, è divisione dei compiti sbilanciata. Se il privato fa solo “l’atto” e il pubblico gestisce tutto il resto, la rete si rompe».
Qual è allora il cambio di paradigma necessario?
«Dobbiamo passare dalle prestazioni ai percorsi. Pubblico e privato devono lavorare sugli stessi PDTA, con obblighi di presa in carico completa: dalla prima visita al follow-up, includendo riabilitazione, gestione delle complicanze e continuità assistenziale. È l’unico modo per garantire appropriatezza, equità e sostenibilità. Il privato accreditato deve essere responsabile degli esiti, non solo delle quantità» .
Questo richiede anche contratti diversi?
«Assolutamente sì. I contratti devono contenere obblighi di sistema, non solo tetti di spesa. Slot dedicati alle classi di priorità, recupero delle liste d’attesa, partecipazione a programmi di prevenzione, adesione a percorsi di day service e fast track. In altre parole: il privato deve contribuire attivamente agli obiettivi del distretto e della ASL, sotto la regìa pubblica» .
Un nodo cruciale è la remunerazione. Come evitare il “cherry picking”?
«Pagando anche la complessità e la continuità. Se il sistema remunera meglio ciò che è semplice e veloce, è inevitabile che qualcuno selezioni solo le prestazioni più comode. Servono tariffe pesate per complessità, quote di budget legate a esiti e appropriatezza e, soprattutto, una remunerazione a percorso, non solo a singolo DRG. Così la sinergia diventa conveniente per tutti, non solo per alcuni» .
Che ruolo hanno i territori e la programmazione?
«Centrale. Senza una cabina di regia unica, ognuno ottimizza per sé e il sistema perde. Programmazione distrettuale, CUP unico, agende tracciate, collegamento con Case della Comunità, ADI e specialistica territoriale. Il privato deve stare dentroete, non ai margini. E questo vale anche per i dati: Fascicolo sanitario elettronico alimentato, indicatori comuni, interoperabilità obbligatoria. Senza dati condivisi non esiste integrazione» .
E sul personale, spesso terreno di conflitto tra pubblico e privato?
«La concorrenza distruttiva va evitata. Servono reti professionali, accordi su formazione e standard di staffing, collaborazione nelle aree carenti e regole chiare contro dumping contrattuale e uso improprio di gettonisti. Se il privato si limita ad “aspirare” personale dal pubblico, non rafforza il SSN: lo impoverisce».
In conclusione, qual è la sua “ricetta”?
«Semplice e impegnativa allo stesso tempo: il privato accreditato deve essere contrattualizzato per obiettivi di salute, integrato nei percorsi e responsabile degli esiti. Solo così avremo una sanità davvero unica, sotto l’egida del pubblico, capace di rispondere ai bisogni quotidiani dei cittadini senza creare sistemi paralleli o diseguaglianze. Il SSN non ha bisogno di concorrenza interna, ma di una rete che funzioni come una sola cosa».
Red
