di Riccardo Bizzarri (*)
C’è qualcosa di paradossale nel dibattito che circonda Jannik Sinner.
Non è la Coppa Davis, non è la Nazionale, non è Montecarlo. Il problema non è dove vive, né a quale torneo scelga di partecipare. Il problema è che, per quanto vinca, convinca, domini, Sinner non emoziona.
Lo si guarda, lo si ammira, lo si rispetta. Ma non lo si ama.
E in Italia, terra dove lo sport è ancora teatro, racconto, sudore e appartenenza, questo fa la differenza tra essere un campione e diventare un mito.
Bruno Vespa, con la sua provocazione “non è davvero italiano” ha toccato un nervo scoperto, ma sbagliando bersaglio.
Sinner è italianissimo nei documenti, nella disciplina, nel rigore del lavoro. Ma non lo è nel cuore, nel modo di sentire, nel modo di perdere o vincere. In lui non c’è quella scheggia di follia che ha fatto grande l’Italia sportiva. Non c’è il gesto imprevisto, l’urlo liberatorio, la lacrima di chi sente addosso una nazione intera.
Nel 1970, Italia–Germania finì 4-3. Una partita leggendaria, non per la tecnica, ma per la carne, per la fatica, per l’anima. L’Italia era passione, dolore e resurrezione; la Germania era macchina, metodo, perfezione.
Sinner, oggi, è la Germania: impeccabile, glaciale, ineccepibile. Ma privo di quella vertigine emotiva che trasforma lo sport in poesia.
Questo non toglie nulla al suo talento, né al suo valore umano ma segna la distanza fra il vincente e l’eroe popolare. Fra chi domina e chi incendia gli animi. Sinner è la scienza applicata al tennis, non la sua letteratura. È la formula perfetta, non il verso improvviso.
Non è colpa sua. È figlio di un’altra cultura, quella del lavoro silenzioso, della montagna, del rigore. Il suo cuore è, in fondo, più tedesco che italiano. E forse è proprio questo il punto: Sinner non rappresenta ciò che siamo stati, ma ciò che potremmo diventare.
Un’Italia che smette di sognare e comincia a programmare. Che non vive di estro ma di metodo, non di urla ma di costanza. Solo che, per ora, noi italiani non siamo pronti.
Vogliamo ancora Italia–Germania 4-3, non un 6-2 6-1 perfetto ma sterile.
Vogliamo il brivido, non la statistica. Il cuore, non la macchina.
E finché il tennis di Sinner non troverà un modo di farci tremare, non solo applaudire, resterà un campione senza popolo.
Un vincente, sì. Ma mai un eroe italiano.
(*) Giornalista
