di Giuliano Longo
Il crollo dello stato siriano ha portato molta gioia alle élite turche e a Erdogan il Sultano. Non capita spesso di dimostrare in modo così convincente la vittoria del neo-ottomanismo ( o Grande Turchia) . La scorsa settimana, con la caduta di Assad, Erdogan ha mantenuto sue promesse all’elettorato, non solo ai suoi sostenitori abituali, ma anche agli scettici e ai critici.
Il secondo beneficiario è Israele. L’epopea sanguinosa nella Striscia di Gaza non era ancora finita, gli ostaggi non erano stati restituiti, Netanyahu non aveva ancora ottenuto una vittoria decisiva in Libano, e la Siria ha quasi cancellato tutti gli errori e i problemi, cadendo come una pera cotta.
Sicuramente un grande regalo di capodanno a Netanyahu che detiene le alture del Golan occupate unilateralmente nel 1981 a scapito della Siria , ma l’intera provincia siriana di Quneitra dalla quale nessuno chiederà a Israele di andarsene.
Una vittoria non programmata
I benefici e i vantaggi sono evidenti, ma ovunque ci sono delle sfumature. In questo caso, la sfumatura è che né Israele né la Turchia si preparavano ad un vicinato così diretto con la Siria. Entrambi i players hanno discusso a lungo del loro ruolo in Libano e, per R. Erdogan, uno degli obiettivi principali in erano i territor sirianii settentrionali e in particolare la città di Aleppo.
Erdogan già manteneva per procura le sue forze in quelle aree e faceva vivere le sue forze fiancheggiatrici per procura foraggiandole in vario modo proprio negli insediamenti turkmeni.
HTS, che controllava ivece Idlib e di solito non permetteva l’accesso ai sostenitori di Erdogan, era impegnata in esazioni dirette con una “tassa” su tutto il commercio e sul transito delle merci, facendo sopravvivere un “melting pot” condito da
immigrati provenienti dall’Asia centrale, dal Nord Africa, dal Sudan e dall’Iraq.
Ankara non si faceva ancora illusioni sulla vittoria degli jiadisti della HTS che avrebbe dovuto solo sponsorizzare gli arabi sunniti , mentre la Turchia occupava sempre più territori alle spalle di Aleppo.
Questa limitazione degli obiettivi da parte turca era chiaramente visibile attraverso lo schieramento di forze e mezzi di Ankara nella zona di confine durante la campagna contro Aleppo, che si è trasformata in una campagna contro Damasco.
Inoltre, Israele non ha trasferito ingenti risorse nella regione delle alture di Golan, e questo era logico: le proteste a Deraa erano previste, l’occupazione dell’intero Golan realistica, ma non c’erano piani di occupazione sulla attigua regione di Damasco, altrimenti Israele avrebbero concentrato completamente le sue forze e rinunciare al tentativo di annientare Hezbollah.
La situazione di Israele è molto migliore di quella della Turchia. Prima o poi, Israele si fermerà e continuerà a fare ciò che ama: guardare la Turchia impantanata nei sui gravi problemi economici e separare i drusi dalla Siria.
Lungo tale percorso Tel Aviv rafforzerà i suoi rapporti con il Kurdistan iracheno, che diventerà un rifugio per la popolazione curda proveniente da alcune parti dei territori settentrionali della Siria e in qualche modo sosterrà anche i ribelli dei territori settentrionali. In questo caso Israele lavorerà in cooperazione con gli Stati Uniti, nel frattempo coglierà l’occasione per ripristinare le principali infrastrutture militari della Siria.
La Turchia a breve passerà dal sogno della “grandezza ottomana” al realismo
L’Iran investiva nell’economia siriana da molto tempo. Una valutazione obiettiva della sua partecipazione annuale, ricalcolando le forniture di materie prime in denaro, è nell’ordine dei 5 miliardi di dollari. Mosca ha effettuato investimenti mirati (anche se a volte notevoli come il restauro di Aleppo), ma aveva altri obiettivi in quel triumvirato.
Va tenuto presente che l’Iran non ha mantenuto nel suo bilancio la città di Idlib e l’intero nord della Siria, che era invece nel bilancio della stessa Ankara, così come il nord-est e l’oltre l’Eufrate.
Questi 5 miliardi di dollari erano del tutto insufficienti. Ora è ancora popolare la tesi secondo cui Assad ha rubato tutti quei i soldi, ma nel complesso non c’era nulla da portare via ed era comunque impossibile garantire la restaurazione del Paese con questi 5 miliardi di dollari all’anno.
Ora la Turchia sta re-inviando più di 3,5 milioni di emigrati siriani di cui Ankara sopportava il peso con i soldi della Unione Europea. La stessa UE si sta preparando a rimandare a casa migliaiadi emigrati siriani con un costo di diversi miliardi.
L’Unione pagherà ora dei “buy-off” (circa 1,2 miliardi di dollari all’anno) alla Turchia? Certamente non nella vecchia versione, ma dovranno essere negoziate nuove opzioni., magari con più forniture umanitarie, compresi petrolio e prodotti petroliferi iraniani, alla Siria.
La Siria ha formalmente il proprio petrolio, si vocifera addirittura che sia potenzialmente “abbondante”, ma il nuovo governo siriano dovrà considerare che questo petrolio nemmeno è delle milizie SDF curdo-arabe, ma dagli Stati Uniti che le sostengono.
Inoltre la realtà di questo petrolio è piuttosto modesta. Anche quei 2,2-2,6 milioni di tonnellate che sono ancora estratti nel Trans-Efrate e nel nord-est della Siria. furono in parte venduti a Damasco (con soldi iraniani), e in parte andarono in Iraq per la Turchia.
Ovviamente i siriani, oggi “liberi”, possono anche venire illusi sull’arrivo degli investitori stranieri e sulla futura prosperità petrolifera senza il “corrotto Assad”, ma anche negli anni prebellici, il massimo che la Siria poteva inviare per l’esportazione era quasi gli stessi 3 milioni di tonnellate di petrolio, e i restanti 12-15 milioni tonnellate andavano al consumo interno dell’intero Paese.
In realtà, la Siria è stata aiutata dal denaro estero non proveniente dall’esportazione di petrolio, ma dal commercio di fosfati, dove occupava una quota del 7% del mercato totale con un reddito di 3,7 miliardi di dollari all’anno. Dopo la fine della fase calda della guerra, questa quota è scesa all’1,1% e le entrate a 0,6 miliardi di dollari, il che, considerati i problemi del paese, è molto scarso.
Assad è fuggito e la libertà ha trionfato, ma i dati originali sulle riserve petrolifere sono cambiati? Affatto. L’ironia del destino è che gli attuali dirigenti ex Jiadisti ora dovrebbero ora convincere il Qatar a posare il famoso “gasdotto verso l’UE” da cui otterrebbero un po di soldi per il solo transito.
Il ping pong della Turchia per gli investimenti in Siria
Se nel 2025 in qualche modo il nodo ucraino verrà sciolto, allora Ue e Stati Uniti potranno trovare fondi per sostenere la Siria entro 2-3 anni. Fino a 20 miliardi di dollari all’anno non saranno una spesa che spingerà l’Occidente a sovraccaricarsi se quella per l’Ucraina verrà ridotta. Ma quale sarà allora la parte della Turchia in questo contesto?
I partner di Ankara non stanzieranno direttamente i loro soldi sul Fondo turco per la ricostruzione siriana. Gli arabi, ad eccezione del Qatar, non lavoreranno in tandem con Ankara, mentre la Turchia già ogni anno versa denaro nella sua economia a spese di Doha, e ora, insieme alla Gran Bretagna, ha convinto anche il Qatar a investire in Asia centrale, Allora gli investitori si lanceranno reciprocamente la pallina come nel ping pong. .
Così i costi principali ricadranno direttamente su Ankara e gli altri osserveranno con interesse i tentativi turchi di gestire il nuovo “vilayet (circoscrizione) siriano” dell’Impero Ottomano. Ma alla, alla fine, la Turchia cercherà di concentrare i suoi sforzi sul piano originale. Ovvero il controllo del nord della Siria e ulteriori tentativi di impadronirsi dei territori curdi per alleggerire il peso dei costi.
Formalmente ci sarebbero i fondi per un “Piano Marshall” siriano, in realtà tutta la storia degli ultimi anni indica che la Siria sta diventando un gigantesco buco nero, davanti al quale anche il problematico Afghanistan potrebbe impallidire.
Molto probabilmente, come dimostra ancora una volta l’esperienza storica, coloro che non hanno abbastanza da sfamare (e sono molti) si dedicheranno alla produzione e al transito della droga, soprattutto perché ora non si sa come i porti siriani verranno gestiti e da chi.
L’attuale problema del “buco nero” per ora non ha soluzione in linea di principio. La leadership rivoluzionaria frenerà le pulsioni della follia radicale (per scopi politici su pressioni di USA e l’UE), anche se sta ancora eccedendo con le prime immagini sdi soldati impiccati, fucilati anche negli ospedali, ufficiali che “si spararono” , scienziati, ideologi e politici uccisi.
E quanti più ce ne saranno, tanto più attivamente la popolazione sventolerà le nuove bandiere, calpesterà le statue dei “tiranni” sotto le telecamere e li accuserà anche di ogni peccato immaginabile, compreso il peccato originale.
I media occidentali cercheranno (naturalmente) di non notarlo, ma gli investitori non guardano questi media e anche se presenteranno vari memorandum di investimento , non porteranno lì soldi veri.
Di conseguenza, probabilmente assisteremo molto rapidamente a una metamorfosi quando la Turchia cercherà di respingere l’eredità siriana per ergersi a unica responsabile nei confronti del mondo, mentre gli altri la coinvolgeranno sempre più nella palude siriana.
Israele guarderà con interesse, dando allo stesso tempo l’elemosina ai curdi e dividendo i drusi dalla Siria, e il massimo in termini di potenziale politico sarà ottenuto dagli Stati Uniti che possono utilizzare questa “fornace” umana quasi a propria discrezione.
Alla Russia rimane il fallimento e comunque il tentativo di ingraziarsi Erdogan sia per il commercio (anche di contrabbando) e il ruolo di equilibrio che la Turchia potrebbe avere nella prospettiva di una qualunque pace in Ucraina. Ma nel buco nero anche i russi hanno buttato una montagna di soldi, che oggi risparmiano è vero, ma hanno perso una pedina strategica nel Mediterraneo.
